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Riforma carceraria in America: il boomerang di Hillary Clinton

Fine della "carcerazione di massa", chiede la candidata democratica. Ma fu il marito (con il suo supporto) a indurire il sistema penale e detentivo

Hillary-clinton

HIllary Clinton a New Tork - 29 aprile 2015 – Credits: TREVOR COLLENS/AFP/Getty Images

Per un politico americano invocare una rivoluzione del sistema penale e delle carceri è un modo sicuro per ottenere applausi, specialmente nel momento in cui un’inquietante serie di omicidi da parte di poliziotti da Baltimora a Ferguson, fino a Charleston e Cleveland, ha riportato al centro della scena non solo il tema razziale, ma anche quello degli abusi delle forze dell’ordine.

 

Il tasso di carcerazione negli Stati Uniti è di gran lunga il più alto del mondo e la capacità rieducativa delle prigioni americane è una pura illusione. Le ragioni del deprimente stato dell’arte sono molteplici, hanno a che fare con le condizioni economiche e con l’eredità irrisolta della segregazione, ma anche con precise scelte politiche fatte nel corso dei decenni: la War on Drugs proclamata da Nixon nel 1971 ha dato l’impulso a un’ondata di costruzione di prigioni, oppure le leggi sulle pene detentive obbligatorie anche per i reati non violenti promulgate dal democratico Nelson Rockefeller nello stato di New York sono state il modello per i politici di destra e di sinistra che volevano mostrarsi duri nella lotta alla criminalità.

Il consenso attorno alla necessità di una riforma è talmente diffuso che i fratelli Koch, gli odiati finanziatori della destra, stanno versando milioni di dollari per cambiare le cose, in una strana alleanza con la galassia delle associazioni dei diritti civili progressiste, a partire dall’Aclu, colosso del settore. Il Congresso americano è diviso su tutto, ma sul tema delle carceri il senatore progressista Cory Booker e quello libertario Rand Paul hanno scritto senza sforzo un progetto di legge congiunto. Perciò, quando l’altro giorno la candidata democratica Hillary Clinton ha tuonato dalla aule della Columbia Univeristy che “è tempo di chiudere l’era della carcerazione di massa” ha detto una cosa popolare e bipartisan, priva di rischi.

Peccato però che molte scelte politiche che hanno portato alla situazione insostenibile che lei depreca siano state fatte da suo marito, Bill, quando era alla Casa Bianca. E all’epoca la first lady ha contribuito attivamente a far passare i provvedimenti. Come molti democratici, Clinton doveva scrollarsi di dosso la reputazione di essere troppo leggero sul crimine, così ha promosso linee guida più dure sulle sentenze, ha approvato il passaggio dell’equipaggiamento militare dismesso o in eccesso ai dipartimenti di polizia (il motivo per cui quando scoppiano rivolte come a Ferguson o Baltimora le città si trasformano immediatamente in teatri di guerra, cosa che solitamente non favorisce lo stemperarsi degli animi), ha tagliato i fondi per l’educazione nelle carceri e quelli per la promozione di pene alternative.

Negli anni Novanta si è registrata una diminuzione del crimine in America, accompagnata però da un’esplosione del numero dei carcerati, anche per reati non violenti o minori. La legge sul crimine del 1994 ha stanziato quasi 10 miliardi di dollari per la costruzione di nuove prigioni e una del 1997 ha autorizzato il passaggio di armamenti militari ai dipartimenti di polizia locali per un valore di 6 miliardi di dollari. In entrambi i casi Hillary non è stata una spettatrice del processo ma ha attivamente aiutato il marito a trovare i voti necessari al Congresso per far passare le leggi. Ora che quelle leggi sono tremendamente impopolari la candidata alla Casa Bianca è pronta a ritrattare.

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