Esteri

Regno Unito nel caos: le lezioni della Brexit

L'ambasciatore Umberto Vattani spiega perchè l'addio della Gran Bretagna ha rafforzato l'Unione europea.

regno unito brexit

Elisabetta Burba

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«La Brexit ha ottenuto, suo malgrado, un grande risultato: raffreddare gli animi degli euroscettici. Ormai nessuno parla più di uscire dall'Ue». Con acume diplomatico, l'ambasciatore Umberto Vattani analizza gli effetti dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Due volte segretario generale della Farnesina, già presidente dell'Ice, Vattani ora presiede la Venice International University, il consorzio che sull'isola di San Servolo riunisce 18 università di tutto il mondo. Con Panorama cerca di capire che cosa sta succedendo oltremanica, dove anche la Camera dei comuni (dopo quella dei Lord) ha approvato una legge sul rinvio della Brexit.

La culla della democrazia rappresentativa è allo sbando. Com'è stato possibile?
Con la Brexit, i britannici hanno dovuto imparare una dura lezione. Pensavano che, per uscire dall'Ue, fosse sufficiente invocare l'articolo 50 del Trattato di Lisbona e che due anni sarebbero stati sufficienti per liberarsi dal giogo di Bruxelles.

E invece?
Invece si sono dovuti accorgere che l'operazione non era così semplice come avevano pensato. E hanno dovuto prendere atto che, anche se riuscissero a lasciare l'Unione europea, alcune questioni  complicherebbero enormemente la vita del Regno Unito. Anzitutto per il commercio: l'uscita dal mercato comune europeo comporterebbe automaticamente la reintroduzione dei dazi. Ogni prodotto  in arrivo dall'Unione europea sarebbe gravato da pesati dazi che aumenterebbero il prezzo finale.

Un danno non da poco.
Anche perché il più grande fornitore della Gran Bretagna è l'Ue: nel 2017 il 53 per cento dei prodotti importati da Londra provenivano dall'Unione europea. Ma c'è un altro fronte, ancor più impegnativo: quello irlandese.

Già, il cosiddetto backstop...
L'Irlanda non accetta che venga reintrodotta una frontiera fra Eire (la Repubblica d'Irlanda, che resta nell'Ue) e Ulster (l'Irlanda del Nord, che fa parte del Regno unito). Dopo la Brexit, quelle 350 miglia rappresenterebbero l'unico confine terrestre del Regno Unito con l'Unione europea. Ma il ripristino dei 275 valichi di frontiera irlandesi renderebbe intollerabile la vita quotidiana della popolazione, perché comporterebbe continui controlli su merci e persone, di fatto bloccando l'isola. Non bastasse, c'è anche il rischio che riemergano le antiche tensioni, mettendo a repentaglio la pace faticosamente raggiunta nella regione. Il primo ministro Theresa May ha dovuto convenire che non si può fare, ma non è riuscita a trovare una soluzione al problema.     

Uscire dall'Ue, insomma, è tutt'altro che facile.
Esatto. Ma il Regno Unito ha imparato anche un'altra lezione. Prima del referendum, sperava che l'uscita sarebbe stata imitata da altri Paesi. Ciò non solo non è avvenuto, ma i 27 Paesi Ue sono rimasti solidamente legati l'uno all'altro. Il blocco continentale si è rivelato unito, mentre il Regno unito si è rivelato diviso su tutto: governo, istituzioni, economia. Un epilogo amaro, per il grande impero su cui un tempo non tramontava mai il sole.

La Brexit ha cioè rafforzato l'Unione europea?
Proprio così. La vicenda della Brexit ha rappresentato una lezione anche per gli altri Paesi: è un ammonimento severo per chi voglia immaginare un'uscita dall'Ue. I 27 hanno mantenuto una grande coesione e, di fronte alla loro compattezza, la sicurezza britannica è caduta come un castello di carte. Anche perché un'altra lezione imparata da Londra è che l'Ue rappresenta un competitor in grado di negoziare alla pari con con Cina, Stati Uniti e Giappone. Anzitutto per ottenere condizioni migliori in caso di accordi: quello con il Giappone, entrato in vigore il primo febbraio, prevede la discesa dei dazi del 99 per cento, da una parte e dall'altra, arrivando praticamente a zero. Non solo. Londra si è dovuta accorgere che Bruxelles ha anche un margine di manovra fenomenale: è in grado di multare colossi come Google e Amazon e può ingaggiare bracci di ferro con giganti come Huawei.

E il Regno Unito, invece?
Si trova solo. Pur vantando una «relazione speciale» con gli Stati Uniti, non può far valere nulla. Si trova in un angolo, senza alcun tipo di influenza. Ma la lezione più dolorosa è stata quella che gli è arrivata da Dublino. Il Regno Unito si è accorto che un piccolo Paese come l'Irlanda ha ottenuto solidarietà dall'Ue, in modo tale da rovesciare il tradizionale rapporto per cui Londra rappresentava Golia e Dublino era Davide.

Che peso avrebbe Londra fuori dall'Ue?
Non si può negare che perderebbe molto della sua influenza nelle relazioni internazionali. Il peso che aveva esercitato con successo, non solo a Bruxelles, ma anche a New York, non si è manifestato  poche settimane fa alle Nazioni Unite. Al candidato britannico alla Corte Internazionale di Giustizia, l’Assemblea generale ha preferito un giudice indiano. Eppure quel posto spettava ai Paesi europei. Prima della Brexit, nessuno avrebbe, così platealmente, pestato i piedi ai britannici.

Ma come ne usciranno?
Non credo che i britannici riusciranno mai a lasciare l'Ue. Perché si stanno rendendo conto (o per lo meno lo sta facendo una parte importante del Paese) che rischiano di non trovare mai un accordo. Si sono cacciati in un ginepraio da cui non riescono a uscire. Ha voglia Boris Johnson a dire «Lasciate andare il mio popolo» ai «faraoni di Bruxelles», come se fosse un nuovo Mosè. La verità è che l'Ue non ne ha colpa: è la Gran Bretagna che non sa dove andare. Vuole uscire dal mercato europeo, senza sapere dove andrà a finire.

Le responsabilità della classe dirigente britannica sono gravissime. Ma, come ha detto il sottosegretario tedesco Michael Roth, «difficilmente» questi politici «nati con la camicia, che hanno frequentato le migliori scuole e università» ne pagheranno le conseguenze...  
Molti pensano che la classe dirigente britannica abbia perso il senno. Certo è che il Paese sta attraversando una crisi di sistema. Sembra una tragedia shakespeariana: un grande Paese, un grande popolo che non sa dove andare. Mi ricorda Amleto... Eppure la più longeva della democrazie resterà sempre un grande Paese, non solo per l’influenza, maggiore o minore, che è in grado di esercitare nel mondo, ma anche per quanto rappresenta in campo politico, culturale, economico, nonché per le sue straordinarie capacità in campo scientifico e tecnologico. Ma la Brexit non deve essere motivo di «Schadenfreude», cioè non deve far provare soddisfazione per i problemi altrui: per noi italiani potrebbe rivelarsi un danno, soprattutto se continuerà a pesare sempre di più il binomio franco-tedesco.  

Ma in cosa hanno sbagliato i politici britannici?
Il vero problema è che, prima della Brexit, non si sono chiesti che tipo di Paese volessero. All'americana, con un capitalismo spietato e poche tasse? O alla svedese, con tasse alte e tanto welfare? Nulla di tutto questo. Hanno pensato solo a uscire dall'Ue. E ora si ritrovano come il protagonista del film The Terminal di Steven Spielberg, che era rimasto bloccato in aeroporto e non sapeva come uscirne.


        

 

 
     

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