Rebus israelo-palestinese: ora ci prova la Germania

I servizi di intelligence di Berlino, Qatar e Ankara provano a limare le distanze tra Israele e Palestina. La chiave potrebbe però essere l’Egitto

Gaza

Bambini ai piedi della loro casa distrutta dai bombardamenti – Credits: Oxfam

Rocco Bellantone

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Per Lookout news


Il 29 giugno la nave svedese Gothenburg Marianne, imbarcazione di Freedom Flottilla con a bordo attivisti filo-palestinesi, si è scontrata con il muro di vigilanza della marina israeliana. Intercettata mentre tentava di raggiungere la Striscia di Gaza, la nave è stata scortata verso il porto israeliano di Ashdod. Nulla a che fare con la prima spedizione tentata da Freedom Flottilla nel 2010, terminata in tragedia con la morte di nove persone e il ferimento di dieci soldati israeliani. Ma le acque al largo della Striscia restano invalicabili per effetto dell’embargo imposto da Israele nel 2007.

 Ad aprire un varco potrebbe essere, semmai, la diplomazia internazionale. Negli ultimi mesi diversi Paesi occidentali e del Golfo si sono mossi nell’ombra tentando di accorciare le distanze che separano Tel Aviv da Ramallah dall’ultimo conflitto di Gaza dell’estate scorsa.

Secondo fonti attendibili, Berlino sarebbe al centro di una missione mirata a rilanciare i negoziati per il raggiungimento di un accordo per un cessate il fuoco duraturo. Formalmente l’impegno è stato preso in carico dal ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, anche se in realtà a ricavarsi un canale di comunicazione è stato il BND (Bundesnachrichtendienst), il servizio di intelligence per l’estero della Germania. A fare da sponda ai servizi segreti tedeschi in Palestina è l’intelligence del Qatar. Sarebbe stato infatti Ghanem al-Kubaisi, capo dei servizi segreti di Doha, a sottoporre ai palestinesi il piano tedesco consistente nella realizzazione di un porto galleggiante al largo di Gaza, che verrebbe monitorato non da Israele ma da pattuglie della NATO. Il progetto avrebbe ricevuto il benestare anche dal Milli Istihbarat Teskilati (MIT), l’agenzia nazionale dell’intelligence turca.

Il ruolo dell’Egitto
Forte della sua posizione dominante in questa partita, Tel Aviv per ora si sta limitando a guardare giocare gli altri. Dalla Palestina, invece, i pareri iniziali non sono stati positivi. Il capo del servizio di intelligence dell’Autorità Nazionale Palestinese, Majed Faraj, ha espresso il proprio disappunto al presidente Mahmoud Abbas.

 

Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi attends a military ceremony in the courtyard of the Invalides in Paris

 Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi

 

Più che Germania, Qatar o Turchia, l’unico Paese in grado di smuovere la situazione potrebbe essere l’Egitto. Il governo del Cairo, d’altronde, ha più di un interesse a venire incontro ai palestinesi e a cercare un compromesso anche con gli estremisti di Hamas. Solo con un accordo con l’ala militare dell’organizzazione, le Brigate Izz al Din al Qassam, l’Egitto riuscirebbe infatti a porre un freno all’arrivo di jihadisti dai territori palestinesi nel Sinai. In questa regione ISIS può ormai contare su una rete di cellule ben radicate sul territorio, che fanno capo al gruppo Stato Islamico nel Sinai. In cambio di una collaborazione, il presidente Abdel Fattah Al Sisi potrebbe offrire benefici economici ad Hamas, allentando ad esempio i controlli nel valico di Rafah e garantendo così un maggiore afflusso di merci e aiuti umanitari.

 La sfida è ovviamente ad alto rischio per il Cairo. Proprio per questo, i servizi di intelligence egiziani non intendono lasciare nulla al caso e portano avanti le trattative direttamente con Moussa Abou Marzuk, uno dei principali leader di Hamas attualmente costretto a vivere in esilio a Doha.

 

Scelta decisiva per Hamas
Hamas, dal canto proprio, si trova di fronte a una scelta decisiva per il proprio futuro. Al suo interno vi sono due posizioni contrastanti. I sostenitori della linea dura, vicini ai vertici militari, sono contrari a ogni forma di cooperazione.

 L’ala politica, invece, sarebbe disponibile a negoziare. La perdita di popolarità dopo l’ultima pesante sconfitta contro Israele e l’avanzata dei Partigiani di Gerusalemme – affiliati a ISIS – a Gaza e in altri territori palestinesi, impongono d’altronde all’organizzazione un cambio di strategia politica. Il rischio, in caso contrario, sarebbe un graduale arroccamento nella Striscia. In quella terra in cui fino a poco più di un anno fa Hamas sembrava non avere rivali.

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