Redazione

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IL PUNTO - Gino Tullicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla - tutti e quattro della società di costruzioni Bonatti di Parma - sono stati rapiti in Libia per soldi. La pista degli scafisti non è da considerare, si tratta sostanzialmente dell'iniziativa di una banda di soggetti non legati al terrorismo e che probabilmente cercano di monetizzare questa azione. Lo ha detto, secondo quanto si apprende, il sottosegretario con delega ai Servizi Marco Minniti in una audizione al Copasir.

Secondo quanto è emerso nel corso dell'audizione, la situazione è molto complessa e delicata. Il pericolo, secondo quanto riferito, puo' essere o legato a un allungamento dei tempi del sequestro o alla difficoltà di individuare le fonti con cui interloquire in Libia, fonti che siano attendibili e che possano portare in tempi rapidi a una soluzione della vicenda. Riguardo all'ipotesi che i rapitori siano legati in qualche modo agli scafisti arrestati nei giorni scorsi in Italia e che pertanto il rapimento dei quattro italiani possa essere utilizzato come "merce di scambio" per ottenere dall'Italia il rilascio dei detenuti, dall'audizione è emerso che questa è una "via impercorribile" e va quindi va esclusa.

Minniti ha rassicurato il Copasir sull'attivazione piena dell'intelligence italiana che in Libia ha un'ottima base di rapporti complessivi e sull'attivazione di tutte le possibilita' in campo compresi i servizi omologhi.

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Aggiornamento al 22 luglio

L'ipotesi più gettonata fino a oggi era che a sequestrare i 4 italiani fosse stata una milizia considerata vicina al governo di Tripoli e manovrata dagli scafisti libici che avrebbero così voluto «vendicarsi» del ruolo in prima linea dell’Italia nel controllo delle coste. Oppure che fossero stati gli uomini di «Jeish al Qabail» (Esercito delle tribù), alleati del generale Khalifa Haftar, una formazione mista arabo-berbera vicina al governo filo-occidentale stanziato nell'est del Paese. In un panorama frammentato e caotico come quello libico, tutte le voci potevano essere vere. «Non si può escludere -  ha dichiarato il ministro degli Interni, Angelino Alfano - nessuna pista», nemmeno quella che ha subito puntato i fari verso i potenti boss che gestiscono la tratta degli esseri umani diretti verso le nostre coste. Ma è prematuro riuscire a capire, a quanto è dato sapere, chi stia gestendo il rapimento dei nostri connazionali.

L'ipotesi di un sequestro nato con lo scopo di «fare pressioni sull’Italia e ottenere la liberazione di sette libici arrestati per traffico di esseri umani nel Mar Mediterraneo» è quella che in queste ore starebbe prendendo più corpo, rimbalzando in ogni angolo del pianeta, ma in un contesto come quello libico il timore che hanno i nostri servizi segreti è quella di finire in un gioco di despistaggi e rimpalli che hanno lo scopo di addossare le responsabilità ai vari attori che si stanno contendendo la scena in Libia. La verità in Libia è sempre la prima vittima.  La tesi sostenuta in particolar modo dal politico libico Abdullah Naker, parlamentare del governo filo-occidentale di Tobruk, si basa sul fatto che, essendo il rapimento avvenuto nella zona costiera di Mellitah, «ci sono gruppi come Alba della Libia (Fajr) che controllano la zona e portano avanti provocazioni per chiedere soldi e imporre l’assunzione di persone a loro vicine nel porto di Mellitah». Insomma: siamo alle congetture, alle ipotesi. 

La dinamica del rapimento
Emergono intanto testimonianze sulla dinamica del rapimento. I quattro tecnici italiani della ditta di costruzioni Bonatti sono stati fermati mentre rientravano dalla Tunisia a Mellitah, nella zona di Sebrata. I rapitori, secondo alcuni testimoni, hanno prima costretto i quattro italiani a scendere dalla loro auto per salire su un’altra; poi hanno gettato a terra i loro telefonini nel timore che potessero essere rintracciati dal segnale del telefono; e infine sono fuggiti «in una zona desertica e impervia del Paese dove è facile trovare dei nascondigli e dove si può fare qualsiasi cosa senza aver paura di nulla».

L'azienda
La Bonatti spa è un general contractor internazionale che ha sede a Parma. Offre, spiega il sito istituzionale della azienda, servizi di ingegneria, costruzione, gestione e manutenzione impianti per l'industria dell'energia. Ha sussidiarie o associate in Arabia Saudita, Egitto, Algeria, Kazakhstan, Austria, Messico Canada, Mozambico e Libia. Bonatti opera in 16 nazioni: Algeria, Austria, Canada, Egitto, Francia, Germania, Iraq, Italia, Kazakhstan, Messico, Mozambique, Romania, Arabis Saudita, Spagna, Turkmenistan e appunto Libia.


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Salvatore Failla (con gli occhiali neri), Gino Pollicardo, Fausto Piano (con gli occhiali neri), Filippo Calcagno (con la barba bianca). Foto tratte dai loro profili Facebook. Roma, 21 luglio 2015. – Credits: ANSA/FACEBOOK

Il gasdotto
Mellitah è una località a 60 km da Tripoli, sede della stazione di compressione del gas libico, da dove si diparte "Greenstream", il più grande metanodotto sottomarino in esercizio nel Mediterraneo, sui cui fondali, per una lunghezza di 520 km, si posa fino a raggiungere una profondita' che supera i 1.100 metri. Il gasdotto, realizzato nei primi anni del 2000, approda al terminale di Gela, in Sicilia, sulla spiaggia a est della raffineria che l'Eni ha chiuso per riconvertirla a centro di produzione di biocarburanti. Fornisce all'Europa 10 miliardi di metri cubi di gas all'anno: due miliardi per l'Italia e il resto per gli altri paesi, in prevalenza la Francia. Greenstream appartiene a una società mista composta da Eni e dall'agenzia petrolifera libica National Oil Corporation (Noc) ed e' uno dei due metanodotti che collegano l'Italia al Nordafrica (l'altro e' il gasdotto con l'Algeria). Dopo la caduta di Gheddafi, gruppi armati, tribu' e bande si contendono il controllo delle fonti energetiche. Dall'inizio del conflitto libico, per due volte l'Eni ha deciso di fermare il gasdotto e fare rientrare il proprio personale in Italia.

Italiani sequestrati nel mondo
Con il rapimento dei 4 dipendenti italiani in Libia, salgono a cinque i connazionali sequestrati nel mondo. L'ultimo italiano a essere liberato, il 9 giugno scorso, è stato Ignazio Scaravilli, il medico catanese sequestrato in Libia a gennaio. Dal luglio del 2013 non si hanno notizie di Padre Paolo Dall'Oglio, di cui si sono perse le tracce in Siria da allora. Sessant'anni, gesuita romano, per trent'anni e fino alla sua espulsione nell'estate del 2012, Dall'Oglio ha vissuto e lavorato nel suo Paese d'adozione in nome del dialogo islamo-cristiano. Regolarmente emergono notizie - mai confermate - sulla sua morte o prigionia. Le informazioni circolate negli ultimi mesi lo davano per detenuto in una delle prigioni dell'Isis a Raqqa. Ma anche questa circostanza non ha trovato conferme. Ciclicamente fonti legate ai gruppi terroristici speculano sulla vicenda Dall'Oglio, comunicando che e' vivo e che si trova recluso, nelle mani di un gruppo di ribelli piuttosto che un altro.

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