Esteri

Ramadi: gli USA scavalcati dalle milizie filoiraniane

Baghdad si affida alle milizie sciite e ai vertici militari iraniani per riprendere il controllo della città: i rischi per Washington sono alti

 

Per Lookoutnews

Una colonna formata da circa 3.000 miliziani sciiti è posizionata tra Habbaniyah e Husaybah, meno di 20 chilometri a est di Ramadi. Da qui potrebbe scattare la controffensiva per riprendere il controllo della città conquistata nei giorni scorsi dai miliziani dello Stato Islamico.

 Caduta Ramadi, capoluogo del governatorato di Anbar situato 110 chilometri a ovest di Baghdad, ISIS potrebbe presto avvicinarsi pericolosamente alla capitale, come minacciato nel suo ultimo messaggio dal Califfo Al Baghdadi.

 In questa battaglia il premier iracheno Haider Al Abadi si gioca tutto: la sopravvivenza del suo governo, già traballante a soli otto mesi dall’insediamento, e la sua credibilità agli occhi dell’alleato americano. Ma i raid dei caccia statunitensi e l’invio di centinaia di addestratori da parte del Pentagono non sono bastati per consegnare a Baghdad un vero esercito, che a Ramadi nei giorni scorsi si è sciolto nell’ennesima fuga, così come accaduto già in altre occasioni da quando, nel giugno del 2014, ISIS ha iniziato la sua avanza conquistando Mosul.

 

L’unica carta rimasta in mano ad Al Abadi sono le milizie sciite. Per strappare Ramadi a ISIS il governo iracheno si affida adesso alle Unità di Mobilitazione Popolare sciite Hashed al-Shaabi. Costituite nel giugno del 2014, Hashed al-Shaabi contano su 90mila uomini, iracheni sciiti del sud del Paese, e sono guidate dal comandante Falih al-Fayyad. Per battere lo Stato Islamico serve però anche il sostegno diretto dell’Iran.

Ieri, lunedì 18 maggio, dopo un colloquio con il ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan a Baghdad, Al Abadi ha ottenuto l’appoggio di altri gruppi paramilitari che rispondono direttamente ai vertici della difesa di Teheran, tra cui la formazione Al Badr e Kataeb Hezbollah. Sempre ieri il sostegno degli sciiti Hashed al-Shaabi era stato confermato dal capo del Comitato per la sicurezza del consiglio provinciale di Diyala, governatorato iracheno confinante con l’Iran.

 Su queste basi, Baghdad ha così impostato la creazione di nuove linee di attacco attorno a Ramadi per impedire ai soldati dello Stato Islamico di organizzare la difesa della città. E nelle ultime ore sono continuati ad arrivare convogli di combattenti sciiti.

 

Il fallimento della strategia USA
La mossa di Al Habadi testimonia le difficoltà del governo di Baghdad nel tenere fede alla strategia condivisa con gli Stati Uniti per portare avanti la guerra contro lo Stato Islamico. Una strategia in base alla quale la difesa dei territori iracheni sarebbe dovuta spettare alle milizie locali, in modo da evitare scontri settari tra sciiti e sunniti. Invece a Ramadi, città a netta maggioranza sunnita, si apprestano a entrare in azione migliaia di miliziani sciiti che potrebbero lasciarsi alle spalle devastazioni, violenze e saccheggi così come già avvenuto dopo la liberazione di Tikrit.

 

Il ricorso alle milizie sciite certifica al contempo il ruolo sempre più determinante dell’Iran in questa guerra, nonostante la ferma opposizione degli Stati Uniti, e sarà certamente sfruttato a proprio favore anche da ISIS per fomentare l’odio settario tra i sunniti.

 

Dunque, quello che Al Abadi e Barack Obama non volevano si sta puntualmente materializzando. Accusata di immobilismo da chi condanna ogni forma di alleanza diretta o indiretta con l’Iran – i senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham hanno definito la caduta di Ramadi la dimostrazione dell’assenza di una strategia militare degli USA in Iraq -, l’Amministrazione Obama si sta lasciando scavalcare ancora una volta da Teheran nella conduzione di questa guerra.

 

Lo scontro tra sunniti e sciiti
“Ramadi è una polveriera – ha affermato all’agenzia Reuters un funzionario del governo americano a Baghdad – gestire l’arrivo di queste milizie sciite sarà proibitivo, la situazione può esplodere da un momento all’altro”. Mentre c’è chi dice, come l’ex funzionario della CIA Bruce Riedel interpellato sempre da Reuters, che un coinvolgimento sempre più diretto dell’Iran era inevitabile. “Considerato che né gli Stati Uniti né i Paesi del Golfo si sono dimostrati disponibili a schierare truppe di terra in Iraq – sostiene Riedel – Baghdad non poteva che rivolgersi alle milizie sciite irachene e dunque all’Iran. Questo non farà che inasprire le tensioni con i sunniti sia dell’Iraq che degli altri Paesi della regione, Arabia Saudita in primis, ma di fatto il governo iracheno non aveva altra scelta”.

 A Ramadi in questi giorni almeno 500 tra militari iracheni e civili sono stati uccisi. Fuggendo le truppe irachene hanno lasciato nelle mani di ISIS mezzi blindati, armi e munizioni. I miliziani jihadisti hanno anche liberato dalle carceri centinaia di criminali e terroristi. La battaglia per il controllo della città si preannuncia pertanto violentissima. E le parole del segretario di Stato americano John Kerry, il quale ieri stesso si è detto “assolutamente fiducioso” della possibilità che la situazione possa essere invertita in pochi giorni, verranno presto spazzate via da una guerra che torna ad assumere le sue sembianze d’origine, ovvero un conflitto settario tra sunniti e sciiti.

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