Esteri

Ramadan e violenza: l'equazione che non torna

Sono tante le credenze e i falsi miti da sfatare nel rapporto tra la jihad e il mese della conquista de La Mecca

Filippine, operazione anti Isis a Marawi City

Alessandro Turci

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Non c’è dubbio che il Ramadan del 2016 registrò un numero crescente di attentanti di matrice terroristica islamista mentre proprio le notizie di queste ultime ore fanno pensare a una nuova offensiva.

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Tuttavia, scovare indizi del tipo: Maometto fece le sue conquiste in questo mese; oppure: gli islamisti sono soliti intensificare i loro attacchi durante il Ramadan come testimonianza di fede, non aiuta a capire la questione.

Il nesso, infatti, è solo apparente e finisce per fare il gioco propagandistico dei fondamentalisti. Ragionare così vuol dire confondere significato e significante, la parte per il tutto, miliardi di musulmani con frange estremiste minoritarie.

Da Goethe alla guerra di religione
Il sostantivo jihad compare quattro volte nel Corano, e non si riferisce mai alla guerra agli infedeli. Il Ramadan, invece, è uno dei cinque pilastri dell'Islam, e si basa sullo sforzo, la tensione (jihad) di porsi in relazione ad Allah in termini di purificazione.

La jihad, o se se si preferisce al maschile lo jihad, traduce il concetto di Streben goethiano, è rappresenta lo sforzo dell’uomo al proprio miglioramento spirituale verso la conoscenza delle cose ultime.

Scrivere quindi che la jihad, intensa come guerra contro gli infedeli, sia il momento più alto per un musulmano e di conseguenza che sia logico coincida con il periodo di Ramadan è un errore non trascurabile; significa avallare una teologica distorta.

La lettura coranica che vede nella jihad intesa come guerra la più alta forma di adorazione è il mantra fanatico delle sigle islamiste, per questo gli osservatori occidentali dovrebbero fare più attenzione a raccogliere simili interpretazioni superficiali, o a citare le conquiste di Maometto avvenute in questo mese (il nono del calendario islamico) come un fattore di causa/effetto ideologico rispetto agli attentati di questi giorni.

Essi non sono altro che la forma più cinica di Opa ostile messa in atto dagli islamisti sunniti di Iraq, Afghanistan, Siria e in parte minoritaria di altri paesi dell’Area, per egemonizzare la comunità musulmana globale.

Un assioma da ribaltare
Non c’è nulla di affascinante, né di storicamente accurato, in questa teologia di morte pensata come propaganda e gli occidentali che ne scrivono dovrebbero porsi la domanda se questa narrazione pseudo colta non generi un cortocircuito intellettuale: cioè l’assioma Ramadan/violenza, quando è vero storicamente, e spiritualmente, l’opposto.

Certo un ruolo cruciale lo devono giocare le diverse comunità musulmane pacifiche, per isolare l’islamismo e i suoi focolai, e per corroborare il dialogo interreligioso. Finora hanno fatto troppo poco. Forse la minaccia della sottrazione del Ramadan come mese sacro le farà finalmente agire. Sia in Occidente, dove vivono milioni di musulmani, sia nella terra d’origine.

L’Iraq, diviso tra maggioranza sciita e minoranza sunnita, è il principale teatro di una contrapposizione secolare che abbraccia sia l’interpretazione delle date del Ramadan (le autorità delle due confessioni interpretano in modo diverso il medesimo calendario), sia il controllo politico e spirituale del Paese e di tutta la Regione.

Spesso in Occidente si trascura questo elemento fondamentale dell’offensiva sunnita, e cioè l’irriducibilità del dialogo con gli sciiti; in altre parole, si dimentica la doppia guerra dell’islamismo: quella verso gli infedeli (cioè noi) e quella verso gli scismatici (cioè gli sciiti).

Anche il Ramadan, in questa lotta di potere, può quindi snaturarsi da strumento di pace in strumento di odio.

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