Rallentano i progressi sulla fame, ma non la caccia alla terra

Presentato l'indice globale della fame, venti Paesi in condizioni allarmanti. Ci vuole una gestione responsabile delle risorse

Valeria Turrisi/Cesvi

Franca Roiatti

-

Nel mondo la carenza di cibo è ancora a livello allarmante in almeno una ventina di Paesi. Lo rivela l’ultimo rapporto sull’indice globale della fame (Global hunger index, Ghi) presentato oggi  a Milano dal Cesvi che ne cura l’edizione italiana insieme a Link 2007 . Quest’anno con una domanda di fondo: basteranno la terra, l’acqua e l’energia a sfamare tutti?

L’indice approfondisce il dato sul numero degli affamati, che la FAO ha calcolato  in 870 milioni di persone , tenendo conto di altri indicatori: la percentuale di sottonutriti, di bambini tra zero e cinque anni sottopeso e il tasso di mortalità infantile.

La scala messa a punto da Ifpri , Welthungerhilfe e Concern worldwide assegna un punteggio compreso tra 0 (assenza di sottonutriti) e 100. Scorrendo le classifiche, si scopre  che a partire dal 1990 una quindicina di paesi sono stati in grado di ridurre del 50 per cento il proprio punteggio, tra questi Vietnam, Cina, Messico e il Ghana, unico paese dell’Africa sub-sahariana ad aver centrato l’obiettivo. Eritrea e Burundi, sono invece precipitati in una condizione "estremamente allarmante"

Il Ghi mondiale nello stesso lasso di tempo è sceso dal 19,8 al 14,7, i progressi significativi si sono compiuti fino al 1996, poi lo slancio è rallentato e “la percentuale di persone denutrite è rimasta pressoché costante, a un livello grave” avverte il rapporto.

Progressi e peggioramenti avvengono a ritmo diverso: Sudest asiatico, America Latina e Caraibi hanno compiuto passi significativi, più irregolare l’andamento dell’indice in Africa subsahariana e Asia meridionale.

A volte le conquiste sono cancellate bruscamente come nel caso di Haiti che in seguito al devastante terremoto del 2010 ha visto raddoppiare  la mortalità infantile, o nel caso della Costa d’Avorio che ha pagato l’instabilità politica. Mancano dato aggiornati sul Corno d’Africa, sempre a rischio di crisi alimentari, mentre il rapporto si interroga se quella, ormai cronica, del Sahel sia ancora un’emergenza.

“La diminuzione dei raccolti nel 2011 non è stata particolarmente grave. I prezzi dei beni alimentari sono aumentati meno che in altre zone del continente. Perché parlare di crisi” si chiedono gli esperti che sottolineano come  a mancare siano gli sforzi per aumentare la produttività di quei piccoli contadini, spesso tra i più poveri e malnutriti.

Come lo sono in India, che le stime vogliono terza potenza economica mondiale entro 15 anni, ma dove "oltre il 40  per cento dei bambini con meno di 5 anni è ancora sottopeso. Il vicino e povero Bangladesh ha compiuto molti più progressi  grazie a investimenti pubblici nell’educazione, nella salute e nella condizione femminile" ha spiegato Stefano Piziali del Cesvi.

La sfida  contro la fame rischia di farsi ancora più difficile se la corsa alla terra e all’acqua continua ad avvenire a spese dei Paesi più vulnerabili: “Delle circa 1.000 acquisizioni fondiarie internazionali (molte delle quali attuate con partner nazionali) registrate fino a maggio 2012, il 46 per cento ha per oggetto terreni in Africa subsahariana e il 37 per cento in Asia” sottolinea il rapporto sull’Indice globale della fame. E come ha sottolineato Piziali, i "tre quarti di quei terreni sono destinati a produzione di beni non alimentari" ovvero agrocarburanti

Il grosso degli investimenti internazionali nella terra, circa il 73 per cento, pari a 41 milioni di ettari, è avvenuto fino a oggi in quei Paesi con alti livelli di fame dove la popolazione e il reddito nazionale dipendono in forte misura dall’agricoltura. Il paradosso, come hanno Oxfam nel suo ultimo rapporto sul landgrabbing sostiene che la terra oggetto di acquisizioni internazionali potrebbe sfamare un miliardo di persone.

Insomma è cominciata un’odiosa lotta per le risorse. Come si può fermare? Ifpri, Welthungerhilfe e Concern sostengono che esistono già le soluzioni tecnologiche per affrontare la scarsità che ci aspetta a fronte di un aumento della popolazione, dei cambiamenti climatici e nella dieta delle persone. Ma è necessario anche promuovere stili di vita sostenibili, diminuire le diseguaglianze nei redditi e gestire responsabilmente le risorse. Obiettivi che in tempi di crisi globale appaiono ardui, ma non più rinviabili.

© Riproduzione Riservata

Commenti