Le ragioni economiche dietro la rabbia di Hong Kong

Il declino del porto a favore di Shangai, il boom dei prezzi delle case, il crollo del Pil: le tre motivazioni socali della rivolta nell'ex colonia britannica

Sit In Protest Continues In Hong Kong Despite Chief Executive's Calls To Withdraw

Hong Kong, 3 ottobre 2014 – Credits: Getty Images

Maurizio Tortorella

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Non ero mai stato a Hong Kong: ci ho trascorso alcuni giorni a metà settembre, esattamente una settimana prima che iniziasse la «rivoluzione degli ombrelli», scatenata dagli studenti di liceo e poi da quelli delle università.

Avvolta in un caldo afoso, ultimo segnale di un’estate tarda a mollare, in quelle ore la città era apparentemente serena. Ma bastava scambiare quattro chiacchiere con un qualsiasi abitante del posto per capire quanto malessere covi nell’ex colonia. E per capire anche che la rivolta degli studenti, purtroppo, sarebbe stata azzoppata dai loro genitori.

Da anni gli Xiangangren (così si chiamano gli abitanti di Hong Kong) sono terrorizzati da una serie di minacce politiche ed economiche, ma negli ultimi mesi la loro situazione è nettamente peggiorata.

In politica, il governo di Pechino, che pure nel 2007 aveva promesso avrebbe conservato per una quindicina d’anni ampie «libertà formali» (diritto di voto, di espressione, di stampa…), lo scorso agosto aveva annunciato brutalmente che alle prossime elezioni del 2017 per nominare il loro «leader», gli Xiangangren avrebbero dovuto limitarsi a scegliere fra tre candidati scelti dalla Cina popolare. Ed è questa la scintilla che ha acceso la protesta.

 
Se nel 1997 Hong Kong valeva da sola oltre il 18 per cento del Pil cinese, oggi è crollata al 3

Il declino del porto
Ma in economia, se possibile, va anche peggio. Da tempo Pechino sta smontando pezzo per pezzo l’antica potenza di Hong Kong. I traffici del porto, che da sempre hanno rappresentato il volano dell’incredibile benessere della ex colonia, negli ultimi anni si sono drasticamente ridotti a favore di Shanghai e Shenzen. Se nel 1997 Hong Kong valeva da sola oltre il 18 per cento del Pil cinese, oggi è crollata al 3. L’occupazione stessa si è trasferita in parte altrove, generando un esodo complesso e difficile da digerire, per un popolo che parla degli abitanti della Cina popolare, gente della sua stessa razza, come dei «cinesi», ed è riottoso ad accettare l’ultima delle regole imposte da Pechino: se un’automobile targata a Hong Kong vuole circolare in Cina, deve avere la doppia targa.

Il boom delle case
In compenso, i prezzi degli alloggi nell’isola sono cresciuti a dismisura: un appartamento di buon livello può arrivare a costare da 10 a 40 mila euro al metro quadrato, in certe zone. Questo accade perché i «cinesi» ricchi, quelli che cercano di scappare dalla madre patria comunista, da tempo acquistano a Hong Kong a qualunque prezzo. Lo fanno perché questo, per i ricchi cinesi, è l’investimento più oculato: l’appartamento garantisce, dopo 7 anni, di ottenere la cittadinanza di Hong Kong. E con il passaporto da Xiangangren non hai bisogno (al momento) del visto politico per espatriare. Insomma, spostarsi a Hong Kong equivale a ottenere la chiave della libertà di trasferirsi in Occidente.

Questo ha scatenato un potente, dovizioso flusso migratorio «interno» che da anni va sconvolgendo l’aspetto dell’isola e della penisola fronteggiante, Kau-long: ovunque vengono abbattuti vecchi edifici, presto rimpiazzati da grattacieli affollati come spilli su un cuscinetto. Anche l’acqua viene trasformata in terraferma: il canale tra Hong Kong e la penisola, negli ultimi dieci anni, si è ristretto di alcune centinaia di metri per fare posto a palazzi di 40-50 piani.

Chi sono i leader della rivolta di Hong Kong


Il ricatto cinese
Il problema è che gli abitanti di Hong Kong, i cui redditi sono in costante calo, non hanno i soldi per comprare le nuove case, per loro troppo costose. Così devono emigrare nei «nuovi territori» della penisola, alle spalle di Kau-long e più lontani dal mare. E l’impoverimento è costante. Anche perché la vita a Hong Kong costa in media il 25-30 per cento in più che nel resto della Cina.

Per tutto questo la «rivoluzione degli ombrelli» ha il suo nemico più insidioso non nelle autorità filocinesi, ma nelle sue stesse retrovie: oggi sono le generazioni adulte degli Xiangangren a spingere (con forza) perché la sacrosanta protesta liberale degli studenti abbia fine. Lo fanno perché spinti dalla crisi, dalla paura del domani. I genitori invitano i figli a smettere di lottare per le loro libertà democratiche: perché temono di perdere un lavoro già precario, hanno paura di non sapere come sfamarli. E su questo devastante contrasto le autorità cinesi giocano il loro inespresso, ma odioso ricatto.

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