Esteri

Quanto ci costa la Brexit

L'uscita senza accordo con Bruxelles taglierà 600mila posti di lavoro nel mondo, 45 mila in Italia

Brexit

Guido Fontanelli

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Oltre 46 mila posti di lavoro persi in Italia, circa 375 mila nell’Europa continentale, 612 mila nel mondo. Saranno queste le conseguenze, in termini occupazionali, della hard Brexit per i Paesi che intrattengono relazioni economiche, dirette o indirette, con il Regno Unito. Già, perché se entro il 29 marzo non verrà trovato un accordo tra Londra e Bruxelles, non sarà solo la Gran Bretagna a soffrire per un’uscita dura dall’Unione europea.

Certo, l’impatto sull’economia britannica sarà pesantissimo, come spiegato fino alla nausea da esperti e giornali. Ma pochi si sono soffermati sull’altra faccia del divorzio, quasi fosse un aspetto trascurabile: che effetto avrà un «no deal» sulle altre economie europee? E su Paesi come l’India, la Cina o il Brasile? A dare una risposta a queste domande è stato il centro di ricerche economiche tedesco Iwh che ha pubblicato all’inizio di febbraio un report intitolato "Potenziali effetti sull’occupazione internazionale di una hard Brexit".

Lo studio parte dall’ipotesi che una rottura tra Londra e Bruxelles provocherebbe una flessione del 25 per cento delle importazioni britanniche dall’Unione europea. Infatti, in caso di mancato accordo gli scambi commerciali tra il Regno Unito e l’Unione europea seguirebbero le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio e di colpo una serie di tariffe verrebbero imposte sui prodotti esportati verso il mercato britannico. Le auto e i loro componenti, per esempio, sarebbero tassati al 10 per cento. Le tariffe sui prodotti agricoli sarebbero ancora più elevate. E aumenterebbero anche i costi non tariffari dell’export (quote, divieti e limitazioni varie) nonché i problemi burocratici. Insomma, tutti i Paesi che vendono prodotti agli inglesi vedrebbero interi settori della loro economia colpiti improvvisamente da una caduta di fatturato, con una conseguente riduzione dell’occupazione.

I ricercatori dell’Iwh hanno cercato di misurare questo effetto in 43 Paesi e hanno calcolato che complessivamente i posti di lavoro a rischio sarebbero ben 612 mila: gli effetti più pesanti si avvertirebbero nelle maggiori economie dell’Unione europea che hanno strette relazioni commerciali con il Regno Unito, come la Germania, la Francia e l’Italia. Ma ci sono anche Paesi al di fuori dell’Ue che sono legati indirettamente alla Brexit dalle catene globali del valore, come la Cina o l’India. La Germania, principale partner commerciale di Londra, pagherebbe così il prezzo più alto con un taglio di oltre 100 mila lavoratori, in particolare nei settori auto e manifatturiero. Seguono la Cina (59 mila persone), coinvolta indirettamente come fornitrice delle imprese europee, la Francia, la Polonia e, al quinto posto nel mondo, l’Italia, dove i posti di lavoro in pericolo sarebbero 46.200.

Verso il Regno Unito, nostro quarto partner commerciale per importanza, l’Italia esporta beni per circa 25 miliardi di euro, il 5,7 per cento dell’export totale. Ed è evidente che una diminuzione del 25 per cento delle vendite dei nostri prodotti ai consumatori britannici rappresenterebbe una botta non indifferente per alcuni settori, soprattutto il tessile-abbigliamento, l’agricoltura e la meccanica. Se in termini assoluti l’Italia sarebbe uno dei Paesi più colpiti dal divorzio in versione dura, altre economie europee subirebbero conseguenze ben più gravi in termini relativi: per esempio a Malta e in Irlanda più di una persona su cento potrebbe perdere il posto di lavoro in seguito a una hard Brexit. Un quadro fosco.

Ma c’è un altro centro di ricerca germanico, l’Institut der deutschen wirtschaft (l’Istituto dell’economia tedesca) che vede ancora più nero: in uno studio pubblicato qualche mese fa, si ipotizzava che, nello scenario peggiore, gli scambi commerciali tra Regno Unito e Ue potrebbero dimezzarsi, mentre l’imposizione di nuove barriere genererebbe costi aggiuntivi per decine di miliardi di euro a carico delle imprese. In particolare, gli esperti dell’Iw prevedono che Londra potrebbe imporre tariffe medie pari al 3,6 per cento, equivalenti a 15 miliardi di euro di costi aggiuntivi, in gran parte a carico dell’industria automobilistica tedesca e dei suoi fornitori italiani. Mentre le barriere non tariffarie implicherebbero 25,8 miliardi di costi in più per le aziende europee.

Anche se in Italia se ne parla poco, il livello di allarme a Bruxelles cresce di giorno in giorno: lunedì 18 febbraio il commissario per l’economia Pierre Moscovici ha avvertito che il rischio di un «no deal» è in aumento e che se questo scenario si realizzerà i controlli sulle merci che circolano tra l’Ue e il Regno Unito saranno introdotti immediatamente dopo il divorzio, previsto per il 29 marzo. «Molto dipende dalla capacità delle imprese che commerciano con il Regno Unito di adeguarsi alle norme doganali che si applicheranno il primo giorno in caso di mancato accordo» ha detto Moscovici. La preoccupazione riguarda le piccole e medie imprese che devono prepararsi all’introduzione di nuove formalità, di dazi doganali, di licenze di import-export.

In Italia c’è forte preoccupazione nel settore agroalimentare che esporta nel Regno Unito beni per 3,4 miliardi di euro: un barattolo di pelati su cinque finisce oltre la Manica, i produttori di vino fatturano 800 milioni di euro e quelli di Grana padano e Parmigiano reggiano 90 milioni. Per anticipare l’uscita di Londra dall’Unione europea e salvaguardare le esportazioni agroalimentari italiane nel Regno Unito, la Coldiretti ha promosso per esempio un accordo con la Princes, il gruppo alimentare di Liverpool che in Italia controlla il più grande stabilimento europeo per la trasformazione del pomodoro, a Foggia.

Fin qui l’ipotesi di una Brexit senza accordo. Ma anche in caso di intesa c’è il rischio åche una serie di tariffe e di barriere vengano progressivamente imposte dai britannici, colpendo l’export delle imprese europee. E le conseguenze del divorzio non si fermano qui perché i cittadini del Continente dovranno comunque mettere mano al portafoglio: in particolare dovranno trovare 10 miliardi di euro all’anno per coprire i mancati contributi degli inglesi. La Commissione dovrà sforbiciare alcuni fondi, chiedere più contributi e imporre nuovi tributi: nel budget per il prossimo periodo 2021-2027 stima di incassare 12 miliardi dall’armonizzazione delle deduzioni fiscali per le imprese (incluse quelle per le società di servizi digitali), 3 miliardi dalla tassazione delle emissioni CO² e 7 da quella degli imballaggi in plastica non riciclati. Tutte entrare aggiuntive. E tutte nuove tasse sulle imprese e i consumatori europei.

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