Quando l'abito, o le scarpe, uccidono

Pellame lavorato inquinando l'ambiente, abiti tossici, jeans che fanno morire chi li produce. La moda ha un lato oscuro, e c'è chi lo combatte - guarda il video -

Industria tessile cinese (credits: Greenpeace)

Franca Roiatti

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L’ultimo appello in ordine di tempo è quello di Human Rights Watch (Hrw) ai compratori di Linea Pelle , la fiera sull’abbigliamento e gli accessori in pelle che si è chiusa il 5 aprile a Bologna.

"Non comprate prodotti di alcune concerie di Dacca, in Bangladesh, perché usano sostanze altamente tossiche senza rispetto per l’ambiente e le persone". La moda è sempre di più sotto la lente di attivisti e ong impegnati a fare luce sui costi nascosti di un sistema spesso poco sostenibile. "Tra gli espositori di Bologna ci sono la Bay Tanneries e la Bengal Leather Complex Ltd che non rispettano le leggi bengalesi sullo smaltimento dei rifiuti e neppure quelle sul lavoro” denuncia l’organizzazione per la tutela dei diritti umani. “Le concerie nel cuore di Dacca hanno rilasciato sostanze velenose in aree densamente popolate per decenni” spiega Richard Pearshouse, ricercatore di Hrw.

In un rapporto pubblicato a ottobre dell’anno scorso, l’ong dà voce agli abitanti di Hazari bag, lo slum della capitale bengalese dove hanno sede le concerie, che raccontano di soffrire di problemi respiratori, malattie della pelle e diarrea causata dai rifiuti inquinanti rilasciati nell’acqua, nel suolo e nell’aria. Le concerie si disfano senza remore di  carcasse di animali, metalli pesanti come piombo e cromo, acido solforico. Gli operai, tra i quali ci sono bambini, sono spesso costretti a lavorare condizioni terribili. Le aziende sotto accusa hanno replicato di essere in attesa di un trasferimento in una nuova area, previsto da anni ma mai completato.

Di abiti tossici si occupa anche Greenpeace che a Pechino, con un paio di sfilate di moda shock ha lanciato il suo rapporto Toxic Threads - The Fashion Big Stitch-Up (scarica qui il rapporto in inglese ). L’associazione ambientalista ha eseguito analisi chimiche su 141 capi di 20 brand famosi (tra i quali Benetton, Zara, Gap, Armani, Diesel, Mango, Victoria’s Secret).  Uno o più articoli per ciascuna delle marche analizzate contenevano tracce di Npe (composti nonilfenoloetossilati) che possono rilasciare nonilfenoli, in grado di alterare il sistema ormonale dell'uomo. Alcuni capi analizzati erano contaminati da a l ti livelli di filati tossici, altri avevano tracce di un'ammina cancerogena. Jeans, magliette, biancheria intima e pantaloni per uomini, donne e bambini sono stati per lo più prodotti nei paesi del sud del mondo con fibre naturali o artificiali.

Greenpeace precisa che non esistono ancora informazioni sulle conseguenze per la salute di chi indossa questi capi da’abbigliamento e mette in guardia sugli effetti che l’uso di queste sostanze tossiche potrebbe avere sui corsi d’acqua di tutto il mondo: non solo dove vengono prodotti  ma anche dove vengono lavati (ovvero a casa nostra). La campagna Detox per disintossicare la moda  ha sortito già alcuni effetti. Uno dei principali imputati, il colosso della moda Zara ha firmato l’impegno a eliminare tutte le sostanze tossiche nei suoi indumenti entro il 2020 Anche Victoria’s Secret e altri brand hanno deciso di rinunciare ai prodotti nocivi (qui l’elenco ).

Più complessa la battaglia della Clean Clothes Campaign , che da 30 anni si occupa delle condizioni di lavoro di  chi produce per l’industria della moda, con un particolare sguardo sulla situazione delle donne. I fronti aperti sono molti, il più grosso riguarda la sabbiatura, il processo con il quale i jeans acquistano l’effetto slavato così cool. “Viene fatta usando sabbia che contiene alte percentuali di silice, pericolosa perché causa silicosi” spiega Deborah Lucchetti di Abiti Puliti , braccio italiano della campagna Clean Clothes. “In Turchia per la prima volta i medici hanno individuato questa malattia professionale in ambito tessile e noi ne abbiamo chiesto la messa al bando.”

A breve uscirà l’edizione 2013 dell’indagine sulla sabbiatura dei jeans che Clean Clothes ha condotto insieme a War on Want, Sacom e IHLO in Cina. Nel rapporto dello scorso anno   i risultati non erano incoraggianti: operazioni compiute di notte per sfuggire ai controlli, con scarse misure di sicurezza per gli operai. Tra i marchi individuati c’erano quelli di grosse aziende come H&M, Levi’s, C&A, Esprit, Lee, Zara e Diesel che da tempo hanno dichiarato di aver abolito la sabbiatura tuttavia, sottolinea Clean Clothes, mancano spesso le ispezioni non annunciate nelle fabbriche. Battaglia questa che riguarda più in generale le condizioni di lavoro.

A novembre 2012 le fiamme divampate alla Tazreen Fashions in Bangladesh uccisero 112 operai. Solo l’ultimo di un rosario di incendi scoppiati nelle fabbriche bengalesi dove le misure di sicurezza sono spesso inesistenti. La Tazreen produceva per grandi marchi da Wal Mart al tedesco Kik, da Carrefour a C&A. “Sono stati trovate anche tracce di prodotti del marchio italiano Piazza Italia” continua Lucchetti. “ A tutti stiamo chiedendo di contribuire al risarcimento delle famiglie delle vittime”.

Molte aziende internazionali coinvolte loro malgrado in questi episodi, dichiarano la loro estraneità. “In molti casi è vero che non ne sanno nulla, perché nella moda spesso ci si affida a un buyer centralizzato che individua i fornitori che poi subappaltano” aggiunge Lucchetti. “ Ma si possono cambiare i contratti inserendo oltre agli impegni sulla qualità fisica del prodotto anche quelli sulla qualità sociale. Il prezzo non può essere l’unico criterio, tanto più che il costo del lavoro incide per tra lo 0,5 e il 2 per cento del totale, anche raddoppiandolo non si influirebbe molto sul prezzo finale di una t-shirt o una camicia”

I codici di condotta, sottolinea Abiti Puliti, non bastano “ci vogliono controlli e metodi per mettere in pratica gli obblighi che ci si è assunti”.

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