Emanuele Parsi

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Che partita sta giocando in politica estera Vladimir Putin? Fin dove intende spingersi, eventualmente approfittando dell'infatuazione che il nuovo presidente Donald Trump pare nutrire nei suoi confronti? Come osservava qualche giorno fa il settimanale Time, "questo è davvero un buon momento per essere Vladimir Putin" (parafrasando il celebre film del '99 Essere John Malkovich).

Dal Medio Oriente all'Atlantico, passando per Europa ed Estremo Oriente, la fortuna sembra arridere al giocatore di poker della politica internazionale, come viene soprannominato il leader russo per le doti di freddezza e amore per il rischio che lo contraddistinguono. In Siria ha patrocinato una tregua che nella sostanza pare reggere, fondata sulla triangolazione con Iran e Turchia in grado di garantire la sopravvivenza (almeno per ora) del regime di Bashar al Assad e delle uniche basi navali russe nel Mediterraneo.

L'accordo ha sancito il riconoscimento del ruolo regionale dell'Iran (potenza emergente della regione). Un fatto mesi fino a qualche mese fa impensabile e tuttora inaccettabile per monarchie del Golfo, Israele e Usa, gli altri attori coni quali Putin ha migliorato i rapporti.

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Il coinvolgimento turco non è irrilevante: non solo perché riconoscendone il ruolo di "garante" per le forze sunnite anti-Assad espropria sauditie qatarini di tale funzione, ma anche perché, assecondando gli "orizzonti di gloria" del suo travagliato presidente, attira un membro Nato nella sfera d'influenza russa. In apparenza con la benedizione dell'inquilino della Casa Bianca.

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In Europa, al netto delle attività di hackeraggio che avrebbero coinvolto pure la Farnesina e dei sospetti di intrusione nelle prossime elezioni di Francia, Olanda, Germania e Italia, la politica di Putin pare voler alimentare una forte campagna a favore della rimozione delle sanzioni adottate verso Mosca dopo l'annessione della Crimea.

Obiettivo che potrebbe richiedere tempi non brevissimi, ma di sicuro Putin intende sfruttare il vantaggio offerto dalla Brexit. L'uscita di Londra dal consesso decisionale della politica estera Ue priva la signora Merkel (finora indefettibile nel mantenimento delle sanzioni) di un solido alleato sul fronte della fermezza e la rende più vulnerabile pure alle sue pressioni domestiche (la Germania paga il prezzo più alto in Europa per le sanzionia Mosca).

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Per raggiungere lo scopo, Vladimir intende mettere in campo un ciclopico sforzo di comunicazione, voltoa riposizionare la Russia presso l'opinione pubblica occidentale e a diffondere le ragioni di Mosca per contrastare la "disinformazione" e la "propaganda" dei media occidentali. Assai istruttiva è la lettura del "Nuovo concetto di politica estera", licenziato dal Cremlino a dicembre, in cui è prioritario lo sforzo per attivare i mezzi di soft power e la ricerca di interlocutori fra le società civili dei Paesi target, e si giustifica l'aumento di investimenti per il canale all news del Cremlino RT(Russia Today) con il potenziamento della versione in francese (accanto alle lingue più parlate al mondo).

Contrariamente al passato, il "Nuovo concetto" parte sostenendo la necessità di rafforzare la posizione di Mosca come centro di potere nel sistema internazionale contemporaneo, nella convinzione che nessun problema dell'agenda internazionale possa essere risolto senza considerare gli interessi russi. Il documento sottolinea la riduzione dell'egemonia dell'Occidente sul mondo, rivendica il diritto a proteggersi dall'occidentalizzazione e in particolare "dall'uso dei diritti umani" come strumento di pressione e interferenza nella politica interna di altri Stati e individua in Germania, Francia e Italia gli interlocutori privilegiati in Occidente.

Non menziona invece più la partnership con la Nato come strumento utile neppure nella comune lotta al terrorismo islamista. Proprio nei confronti della Nato, la Russia non pare orientata a tentare un accomodamento. La pressione sul fronte orientale dell'Alleanza resta inalterata: con i missili nucleari Iskander collocati a Kaliningrad, la ripresa degli scontri nel Donbass, il perfezionamento della difesa aerea integrata con la Bielorussia e il potenziamento delle truppe schierate nella Russia europea.

Ma è sul Mediterraneo, tornato a essere "contendibile" dopo che per decenni era diventato un lago Usa, che puntano le ambizioni russe. Sono ricorrenti le voci sulla concessione di una base in Cirenaica da parte del generale Khalifa Haftar, che sarebbe una minaccia per la libertà di movimento delle navi Nato nel Mediterraneo centrale.

In Montenegro ci sarebbe proprio il Cremlino dietro la cospirazione che a novembre avrebbe dovuto deporre il premier del Paese appena entrato nella Nato. Nel frattempo, Mosca ha rifornito di jet Mig 23 e carri T72 le forze armate di Belgrado, tornate a essere le meglio equipaggiate della ex Iugoslavia, mentre il vento del nazionalismo soffia tra Belgrado, Sarajevo, Pristina e Pale.

La leadership serba ha detto di essere pronta a intervenire militarmente in Kosovo per difendere i diritti dei suoi "concittadini" di Mitrovica, mentre il presidente della Republika Srpska (l'entità serba della Repubblica di Bosnia-Erzegovina) vuole denunciare gli accordi di Dayton, sui quali si fonda la fragile pace che pose fine alla guerra civile degli anni Novanta. L'ultima volta che Mosca appoggiò il progetto della solidarietà slavo-ortodossa nei Balcani finì malissimo.

E pensare che allora al Cremlino c'era Boris Eltsin, alla guida di una Russia assai più debole. Che cosa potrebbe accadere oggi, con Trump alla Casa Bianca e un'Europa in affanno, è materia che non lascia spazio all'ottimismo.

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