Pussy Riot: la protesta politica durante la finale dei Mondiali in Russia

Il significato della nuova battaglia del collettivo che, contro il potere di Vladimir Putin, ha fatto invasione di campo durante il match Francia-Croazia

Chiara Degl'Innocenti

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Il gruppo Pussy Riot è una vera e propria icona della lotta al potere oscuro. Negli anni abbiamo imparato a riconoscerlo tra condanne, scioperi della fame e pesanti critiche all'establishment. Tutto nel nome di una nuova e sempre più dura rivoluzione russa contro il governo di Vladimir Putin.

Così, domenica 15 luglio, al 52esimo minuto della finale della Coppa del Mondo, quattro persone vestite con uniformi della polizia russa sono entrate in campo, interrompendo per qualche istante la partita tra Francia e Croazia. Erano le Pussy Riot.

La storia delle Pussy Riot

Spesso identificato in modo riduttivo solo come un gruppo punk, il collettivo delle attivista del Riot è stato fondato nel 2011, ossia l’anno in cui ha iniziato a mettere in scena azioni documentate attraverso video e dichiarazioni, intenzioni e richieste.

L'azione più nota del gruppo è stata quella che loro stesse hanno chiamato la "preghiera punk", ovvero una propria preghiera politica cantata all'interno della Cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca, in vista della Elezioni presidenziali russe del 2012, e che è costata loro però ben 22 mesi di carcere.

La nuova sfida al Mondiale

Per l'invasione di campo durante i Mondiali di calcio, le Pussy Riot hanno rilasciato una dichiarazione, su Twitter, in cui hanno rivendicato la responsabilità della protesta citando il poeta russo Dmitri Aleksandrovich Prigov morto il 16 luglio di undici anni fa.

Una delle opere di Prigov si ispira all'immagine di un poliziotto ideale, un'autorità giusta pienamente condivisa dalle Pussy Riot come il “poliziotto celeste” a cui si contrappone quello terrestre. Secondo la definizione del gruppo "il poliziotto celeste protegge un bambino nel sonno, mentre il poliziotto terrestre perseguita i prigionieri politici e imprigiona le persone che condividono e apprezzano sui social messaggi ritenuti anti-governativi”.

Come riferisce nel suo editoriale pubblicato sul New Yorker, Masha Gessen, il messaggio delle Riot è chiaro e intende colpire duro. Nella Russia di Putin, dozzine di persone sono dietro le sbarre per crimini politici anche per ciò che hanno postato sul social.

A differenza delle Olimpiadi del 2014, tenutesi a Sochi dove le Pussy Riot avevano protestato, la Coppa del Mondo non ha suscitato un gran scalpore o grandi riflessioni da parte dei politici o dei media occidentali.

La partita di domenica 15 luglio è proseguita infatti indisturbata, in una nazione in cui i russi e le loro città si sono riempite di orde di fan del calcio, dando al resto del mondo una visione della vita di un Paese che appare falsamente integrato e amichevole.

Come è stato definito dai quattro del gruppo Riot, scendendo in campo “il meraviglioso mondo dello sport è formato da una bolla fallata in cui possono entrare persone che corrono, si agitano e sono intente a portre la distruzione”. Per questo a conclusione della dichiarazione è stato aggiunto un elenco di richieste che qui riportiamo:

1. Liberare tutti i prigionieri politici.

2. Smettere di incarcerare le persone perché mettono un “ Mi Piace” sui social media.

3. Fermare gli arresti illegali alle proteste.

4. Concedere la protesta politica.

5. Smettere di costruire ad hoc casi criminali incarcerando le persone senza motivo.

6. Trasformare il poliziotto terrestre in un poliziotto celeste.

E così come, conclude Masha Gessen del New Yorker, le Pussy Riot sono state le uniche a fare una dichiarazione significativa sulla politica russa durante la Coppa del Mondo alla vigilia di un incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump che sottolinea l’immagine distorta che il mondo e 145 milioni di russi hanno di un potere ingiusto e arbitrario.

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