Quel che resta di piazza Tahrir

In un convegno a Bruxelles il punto sulla Primavera araba che stenta a diventare estate. E l'Europa dov'è?

Un bambino a Tunisi festeggia i due anni della rivoluzione che ha cacciato Ben Alì (Credits: Epa/Sidi Bouzid)

Anna Mazzone

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Se c'è una cosa che si capisce bene a Bruxelles è che il termine "Primavera" utilizzato per fare il ritratto alle rivoluzioni del mondo arabo oggi più che mai suona riduttivo, per non dire completamente sbagliato. La richiesta di democrazia nei Paesi musulmani dopo due anni è ancora viva.

Una Primavera infinita? Probabilmente no, ma certo l'evoluzione degli Stati mediorientali non durerà una sola stagione, come si è creduto quando è scoccata in Tunisia, ma ci vorranno tempi lunghi per vedere camminare saldamente sulle loro gambe le nuove democrazie islamiche. E l'Europa in tutto questo che ruolo ha?

Decine e decine di giornalisti, blogger e attivisti del mondo arabo hanno affollato il Parlamento europeo in occasione di una tre giorni di incontri sul tema delle relazioni tra Bruxelles e i Paesi della Primavera, a due anni dalla cacciata di Ben Alì in Tunisia, dalla fine dell'epoca dell'ultimo Faraone Mubarak in Egitto e dalla guerra di Libia che ha messo il punto a quattro decenni di dittatura gheddafiana a Tripoli. 

Vivi e forti. I giovani del mondo arabo chiedono all'Europa di intervenire, di essere maggiormente presente su più fronti, dalla Siria alla Turchia e, soprattutto, si interrogano sul perché di tanto "silenzio". Johnny Abo e Lina Sinjab, corrispondenti siriani in Gran Bretagna, hanno chiesto come mai a Bruxelles non sono stati invitati attivisti da Damasco e dintorni. La risposta è scontata: nessuno può uscire dalla Siria al momento e la Siria stessa è un "hot topic", un tema caldo, come lo definisce Michael Mann, il portavoce della lady a capo della Diplomazia europea, Catherine Ashton.

Mann si arrampica sugli specchi, svicola, si defila sulle domande più provocatorie, che provengono soprattutto dal fronte libico, dove un agguerrito blogger e giornalista, Reda Elhadi Fhelboom, lo incalza sulla necessità di intervenire per stabilire una "vera democrazia" e una "libera informazione" in Libia, visto che sembra proprio che a Tripoli dopo Gheddafi si sia instaurato un nuovo regime (sic). 

Poi sull'Egitto è chiaro: al Cairo sono in arrivo 5 miliardi di euro, ma lo stanziamento è condizionato dall'atteggiamento della compagine musulmana al potere e dipenderanno da come andrà il "dialogo nazionale" e le nuove elezioni democratiche.

Non mancano i ragguagli dei rappresentanti turchi, che chiedono a Bruxelles il polso duro con Erdogan e un pieno sostegno alla sollevazione popolare contro il partito islamico AKP, che ad Ankara governa da dieci anni. E proprio dall'Egitto in tanti chiedono perché l'Europa si è dimostrata così "tenera" con i Fratelli musulmani, compromettendo la strada stessa delle riforme democratiche. Insomma, sul tavolo i temi scottanti sono tanti.

Difficile rispondere, soprattutto da parte dei funzionari europei, imbrigliati da una storica lentezza e da un'attitudine spiccata all'alta burocratizzazione. Ma il più pragmatico di tutti è proprio un rappresentante italiano. Pier Antonio Panzeri , eurodeputato del PSE a capo della delegazione di Bruxelles per i rapporti con i paesi del Maghreb e dell'Unione araba, non si tira indietro di fronte a nessuna domanda. 

"Sulla Turchia - dice senza se e senza ma - trovo sbagliato parlare di Primavera e, piuttosto, l'Europa dovrebbe riconsiderare il processo di adesione di Ankara al club dei 27", mentre sulla Siria non ha alcun dubbio: "La situazione è drammatica. Se non facciamo qualcosa il numero dei rifugiati continuerà ad aumentare e già ha superato un milione di persone. E' necessario negoziare, negoziare e negoziare, sedendosi tutti attorno a un tavolo". "Questo significa - conclude Panzeri - che dobbiamo arrivare a cacciare Assad, ma senza prescindere da Assad".

Insomma, il pallino in mano ce l'hanno Russia e Usa (come sempre), ma l'Europa deve e può lavorare per portare al tavolo del dialogo sia il regime di Damasco che i ribelli. Altrimenti lo strazio siriano non vedrà mai una fine e le vittime aumenteranno, soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione: donne e bambini.

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Soldi, tanti. Li chiedono i Paesi della Primavera e il Parlamento europeo risponde stanziando centinaia di milioni di euro, ma non sembra che bastino. Slim Jerbia, blogger tunisino, racconta che la situazione a Tunisi non è delle migliori. L'economia, anche senza Ben Alì, non riparte e i tunisini, che hanno votato in massa il partito islamico Ennahda, oggi si ritrovano fortemente delusi. Non c'è lavoro, non circola denaro, la povertà ha raggiunto livelli estremi.

Questo il triste resoconto a due anni dallo scoppio della rivoluzione nella culla della Primavera. "Se continua così - dice Slim Jerbia - tra poco il popolo scenderà di nuovo in piazza. L'Europa dovrebbe sostenerci di più economicamente, perché altrimenti i soldi arrivano dalle frange estreme del fondamentalismo islamico. E questo è molto pericoloso". 

Diritti umani ed economia. Sono i nodi cruciali per permettere alla Primavera araba di trasformarsi in piena estate. Il Parlamento europeo in questo senso è molto attivo, nel montorare soprattutto la sfera dei diritti umani e nel seguire e sostenere i processi di democratizzazione. Egitto, Libia, Tunisia, e poi Marocco e Algeria, tutti Paesi che Bruxelles sta seguendo sulla strada delle riforme, anche se il percorso è lento e presenta numerosi ostacoli. Dalla Giordania fanno sapere che il re sta utilizzando oggi più che mai lo strumento della censura sul web.

Twitter fa paura. La Primavera araba si è diffusa contagiando tutti i Paesi del mondo musulmano proprio grazie ai social network, vera forza propulsiva della richiesta di democrazia. Adesso i governanti si sono fatti più scaltri e hanno capito che "silenziando" la rete possono lasciare nel silenzio il dissenso. Ma le voci dei blogger sono dure a morire.

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Ne è esempio Dalia Ziada, attivista egiziana che durante il convegno di Bruxelles denuncia la condizione delle donne all'ombra delle Piramidi. L'Egitto è il secondo Paese al mondo dopo l'Afghanistan per violenze sessuali e, ammette Dalia, Susanne Mubarak, moglie dell'ex presidente-faraone, aveva avuto un ruolo molto attivo per l'emancipazione femminile, che va di pari passo con la Primavera araba. Anzi, dice l'attivista, nessuna Primavera sarebbe stata mai possibile al Cairo senza il ruolo delle donne.

Che fare? L'interrogativo, gigantesco, resta sul piatto. "Non c'è stabilità politica se prima non c'è democrazia". Le parole lapidarie di Anni Podimata, vice presidente del Parlamento europeo e greca del Pasok, fanno capire qual è la stella polare di Bruxelles. I Paesi della Primavera dovranno trovare la loro strada per costruire le loro democrazie.

Sarà un processo lungo, ma solo alla fine l'area sarà stabile. L'Europa non starà a guardare, ma non potrà intervenire più di tanto, perché ogni popolo ha diritto alla "sua" forma di democrazia. Ecco perché quella araba è una Primavera che non si consuma in una stagione, ma è solo l'inizio di un lungo cammino, che presenterà ancora tanti colpi di scena.

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