Primarie Usa: perché Sanders può ancora farcela

Ha il vento in poppa, conta sull'entusiasmo di un esercito di giovani idealisti e parla al cuore: Hillary è sempre più nervosa

Paolo Papi

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Era dai tempi di Martin Luther King che non appariva sulla scena un candidato che parlasse così direttamente al cuore di un pezzo del popolo americano.

Quel candidato si chiama Bernie Sanders, il senatore settantaquattrenne di origini ebraiche del Vermont che sta contendendo a Hillary  la leadership del Partito democratico in vista delle elezioni presidenziali di fine 2016.

Per capire come sia possibile che un leader politico che si autodefinisce socialista in America sia ancora in corsa per la candidatura, nonostante la feroce opposizione di tutto l'establishment del Partito democratico e anche dei poteri che contano a Washington, basta guardare questo video, montato da un suo supporter: entusiasmo, visione, nuove frontiere e nuove speranze, gli ingredienti molto americani della retorica di quest'uomo che, come Trump sull'altro fronte e comunque vada a finire, sta già cambiando nel profondo la cultura politica di massa degli Stati Uniti.

Il grosso dell'elettorato e dei simpatizzanti di Bernie il rosso è formato dai giovani idealisti della classe media e bassa, in particolar modo bianca, tra le più colpite dalla crisi del 2008. Il loro entusiasmo è il vero motore della sua campagna elettorale, partita inizialmente in sordina, quasi una candidatura a perdere contro la premiata ditta dei Billary (Hillary e Bill), rimasta scottata già nel 2008 quando fu un altro outsider, Barack Obama, a scipparle la candidatura.

Un entusiasmo così contagioso, quello dei giovani americani verso Sanders, che gli ha consentito di aggiudicarsi - spesso anche con grande margine - alcuni Stati chiave come Washington, le Hawai, il Colorado, il Kansas,  il Minnesota, il Maine, il suo Vermont. E ora potrebbe consentirgli, stando agli ultimi sondaggi, di completare la rimonta persino nel feudo hillariano di New York, dove il 16 aprile sono in palio la bellezza di 291 delegati.

Non che Sanders (che si è aggiudicato per ora 1.004 delegati contro i 1712 di Hillary) non abbia punti deboli. In primis, è un outsider e la sua corsa è, per definizione, in salita. I grandi finanziatori del Partito democratico sono tutti per l'ex segretario di Stato.

La sua capacità di conquistare la comunità nera e latina americana è apparsa finora molto  inferiore a quella della sua rivale, il cui marito, Bill, fu definito nel 2000 da un importante leader della comunità afroamericana come il primo presidente nero degli Stati Uniti. La sua esperienza in politica estera è risibile. Il richiamo al socialismo europeo, e a un modello di welfare universale, è percepito ancora, tra gli anziani wasp americani, come un affronto alla cultura libertaria americana. Quasi un tradimento della bandiera.

  Eppure, nonostante ciò, ci sono alcuni segnali che non fanno dormire sonni tranquilli a Hillary, la cui vicinanza all'establishment e a Wall Street, reale o percepita che sia, unita alle sue reticenze sul cosiddetto e-mail gate, rischia di costarle carissimo, in un Paese dove sta spirando il vento anti-sistema (anche a destra) e dove il sospetto che abbia mentito equivale politicamente, per la cultura di massa protestante americana, a una condanna a morte. 

Nel Bronx, il popolare quartiere di New York dove l'ultimo candidato a mettervi piede quarant'anni fa fu Robert Kennedy, c'erano mercoledì ventisettemila persone ad ascoltare il comizio di Bernie Sanders, oltre ad altre 370 mila connesse online allo streaming. Numeri impensabili per la sua sfidante alla guida del Partito.


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Il sostegno inizialmente unanime dei votanti democratici appartenenti alle minoranze latina e nera verso Hillary si starebbe inoltre rapidamente squagliando, secondo un'analisi dell'Huffington Post basata sulle più recenti rilevazioni. Il boom dell'affluenza alle urne grazie alle nuove iscrizioni dell'elettorato giovanile è  la vera benzina della campagna elettorale del senatore del Vermont, quando mancano ormai poche settimane ai voti chiave di New York e della Pennsylvania, calendarizzati rispettivamente il 19 e il 26 aprile 2016.

Insomma: se Hillary - sulla quale pesano anche le accuse di brogli in Arizona sollevate dai supporters di Sanders e rilanciate dai media nazionali - non raggiunge a breve la soglia dei 2383 delegati, se dovesse perdere anche la sua New York, i giochi possono essere riaperti. E il vento, in attesa del voto della California e del New Jersey (rispettivamente 546 e 142 delegati in palio), favorirebbe Sanders.

A lui poi toccherà convincere i superdelegati della Convention democratica, ora schierati massicciamente per Hillary, ma forse - chissà - disponibili a cambiare cavallo qualora i polls confermassero nel tempo quella che per ora è solo una tendenza: contro il populismo di destra di Donald Trump - anche lui un outsider del Partito repubblicano, osteggiato dalla macchina del partito - funziona di più, e meglio, il populismo di sinistra di Bernie del glaciale pragmatismo dell'ex First lady. Strano ma vero: in America la guerra fredda è davvero finita. E la parola socialismo fa ormai sempre meno paura. È davvero cambiata un'epoca, a destra come a sinistra.

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