Marco Ventura

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Chi potrà mai aggregare nelle primarie establishment e base repubblicana, e insidiare la travolgente cavalcata di Donald Trump verso l’investitura del Grand Old Party alla presidenza degli Stati Uniti? Per capirlo è d’obbligo mettere da parte qualsiasi approccio schifiltoso.

- QUI L'AGGIORNAMENTO SULLE PRIMARIE USA2016

Il miliardario Trump (NB: miliardario è un complimento nell’America dove i dollari non puzzano ma profumano e, anzi, sono la misura della rispettabilità sociale) è l’emblema di una storia di successo nella migliore tradizione americana. Trump fa della propria vita il proprio messaggio e insieme lo spot più efficace nelle primarie repubblicane fino a metà del prossimo mese, col decisivo test in più Stati del 1° marzo.

Trump ha un linguaggio fuori dagli schemi, tutto suo, con cui si rivolge al pubblico, scalda i cuori e fa parlare i media, un modo di comunicare che è un atout e insieme un handicap.

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Il messaggio più ficcante, oltre alla carriera formidabile incarnata nella Trump Tower, è la promessa che con lui l’America “tornerà a vincere, tanto”. Messaggio alla doppia potenza, sia contro Barack Obama (campione uscente dei democratici che al di là dei contrastanti giudizi non è riuscito a legare il proprio nome a un’immagine di America sugli scudi), sia contro tutti gli avversari interni, privi di quella leadership clamorosa, per il momento, che potrebbe elevarli al di sopra della sconfortante ressa di lillipuziani.

Ovvio che nel corso delle primarie il nome giusto potrebbe venir fuori, e che le caratteristiche personali sulle quali ogni candidato sta lavorando con il proprio staff di costruttori d’immagine alla fine potranno comporre un identikit da miglior candidato possibile. Ma per ora lo scontro fratricida nel partito repubblicano congiura a favore di una conferma delle chance di Trump, diverso da tutti gli altri, partito in anticipo e ormai strutturato nella raccolta fondi e nell’organizzazione della corsa elettorale.

Gli altri
L’establishment fatica a trovare il cavallo anti-Trump. La base è frammentata per Stati e simpatie. Uno dopo l’altro i candidati rischiano di bruciarsi disperdendo fondi e forze nel distruggersi a vicenda.

Il che spiega gli scarsi risultati del forsennato e suicida assalto del governatore-avvocato del New Jersey, Chris Christie, al fisicamente piccolo ma 44enne energico senatore della Florida di origini cubane Marco Rubio, dipinto da Christie come un robot che manda a memoria schede ma è incapace di reggere confronti pubblici.

Limitato appare pure l’orizzonte di Ted Cruz, adorato dal fronte estremo dei Tea Party ma proprio per questo inadeguato a rappresentare gli elettori moderati. Certo, c’è ancora Jeb Bush, appoggiato dall’establishment e da cospicui flussi finanziari, e forte soprattutto del proprio cognome e del sostegno del fratello ex presidente George W.

E c’è l’ottimo governatore dell’Ohio, John Kasich, che ospiterà la Convention dalla quale uscirà il nome dello sfidante repubblicano. Un politico, Kasich, che è anche un perfetto manager della militanza elettorale. Rubio, nonostante il passo falso in New Hampshire, continua ad avere buone carte per spuntarla: basta la sua biografia di self-made man in grado di convogliare anche il voto degli ispanici e allargare il consenso ridotto dei repubblicani bianchi e confessionali. Ma anche Kasich può giocare le sue carte di governatore e candidato strutturato.

Sempre che vi sia il tempo per emergere prima che Trump abbia messo abbastanza fieno in cascina per arrivare vincitore alla Convention finale. E sempre che non spunti nel vasto bacino di centro un nome indipendente come quello di Michael Bloomberg, l’ex Sindaco di New York che piace anche all’elettorato repubblicano e che potrebbe schiacciare in un angolo “estremo” la figura debordante e iperbolica di Trump come quella screditata della democratica Hillary Clinton.

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