Esteri

La Polizia di Hong Kong armata dall'Occidente

Le forze antisomossa usano mezzi forniti dai paesi europei che condannano poi le brutalità degli agenti contro i manifestanti

Polizia-Hong-Kong

Fausto Biloslavo

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Cannoni ad acqua, gas lacrimogeni, scudi, manette, manganelli... Tutti i mezzi usati dalla polizia di Hong Kong nel pugno di ferro con i manifestanti pro democrazia non sono cinesi, ma occidentali. E pure molte delle armi da fuoco in dotazione arrivano dagli Stati Uniti o dall’Austria. Per assurdo, gli agenti di Hong Kong sono equipaggiati dalla stessa comunità internazionale che protesta per la sua brutalità. La polizia dell’ex colonia britannica composta da 32 mila uomini, che devono essere solo locali, era conosciuta come «la migliore dell’Asia», ma la sua immagine è crollata negli ultimi mesi di duri scontri con milioni di persone scese in piazza in difesa della democrazia. Una delle richieste dei giovani ribelli di Hong Kong, che significa «porto profumato», è un’inchiesta indipendente sull’uso eccessivo della forza della polizia.

I potenti mezzi con i cannoni ad acqua lunghi otto metri e pesanti 24 tonnellate sono gli ultimi bestioni schierati in strada a fine agosto per contenere la folla. I veicoli speciali acquistati per 2,1 milioni di dollari vengono prodotti dalla Mercedes-Benz tedesca, e assemblati in Francia. Il primo dei tre mezzi era arrivato nel maggio dello scorso anno con un container spedito dalla Francia.

Agli inizi del settembre 2018 una squadra di ufficiali della polizia francese ed esperti della fabbrica di assemblaggio illustravano, nella base Fanling dell’Unità tattica della polizia di Hong Kong, l’uso del veicolo e dei cannoni ad acqua. Il 25 agosto i cannoni «sparano», per la prima volta, 1.200 litri di acqua al minuto con un raggio di 50 metri sui manifestanti di Hong Kong, talvolta con un liquido blu indelebile per poi individuarli e arrestarli.

In un solo giorno di scontri la polizia ha lanciato 800 candelotti lacrimogeni, l’arma non letale più usata contro i manifestanti, in alcuni casi in modo proibito, ad altezza d’uomo o in luoghi chiusi come la metropolitana. Un bossolo dei gas ritrovato per terra dimostra che arrivano dalla Nonlethal Tecnologies, una fabbrica di Home city, sperduta cittadina americana della Pennsylvania.

Però è dalla matrigna Inghilterra che arrivano le forniture più ingenti di granate lacrimogene, e non solo. Dal 2014, anno della prima protesta di massa, Londra ha emesso licenze per vendite di armi ed equipaggiamento di sicurezza a Hong Kong, per 10,5 milioni di euro. La Gran Bretagna ha esportato proiettili di gomma, scudi anti sommossa e protezioni per gli agenti. Le granate lacrimogene sono prodotte dal gruppo inglese Chemring. Nonostante la mano pesante della polizia, le vendite di armi (non letali) sono continuate. «È ipocrita e vergognoso. Il governo del Regno Unito deve sostenere i diritti degli attivisti di Hong Kong e assicurarsi di non contribuire ulteriormente alla repressione» ha dichiarato Andrew Smith a nome della Campagna contro il commercio di armi.

L’aspetto paradossale è che Londra ha approvato la vendita di attrezzature di sorveglianza e intercettazione poche settimane prima l’esplosione delle ultime proteste. A fine luglio gli inglesi hanno deciso di bloccare l’invio di gas lacrimogeni e proiettili di gomma alla regione cinese in rivolta. L’allora ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, aveva annunciato che «non rilasceremo ulteriori licenze di esportazione per equipaggiamento di controllo della folla a Hong Kong».

Secondo l’Omega research foundation, associazione indipendente britannica che monitorizza l’uso delle armi, la polizia del «porto profumato» utilizza contro i manifestanti spray al peperoncino prodotto in Svizzera e scudi anti sommossa della Repubblica Ceca membro dell’Unione europea. Dal 10 settembre i poliziotti di Hong Kong possono portarsi dietro i manganelli telescopici quando non sono in servizio. Molti esemplari sono stati esportati da una società americana di Appleton nel Wisconsin specializzata in armamento non letale.

Le unità d’élite di Hong Kong, come le Tigri volanti, hanno in dotazione il leggendario coltello Ontario Mark 3 dei Navy seal, i corpi speciali della Marina degli Stati Uniti. Le manette sono britanniche e i sistemi radio e dati della Motorola, società nata negli Usa passata in parte a Google, vengono utilizzati anche dalle polizie europee.

I manifestanti di Hong Kong hanno puntato il dito contro i veterani inglesi che guidano le cariche della polizia sbattendo le loro facce su manifestini «segnaletici». Il sovrintendente capo, Rupert Dover, è immortalato in alcune foto in prima linea. Un veterano premiato con un encomio per la gestione della rivoluzione degli ombrelli del 2014. Il sovrintendente senior, David Jordan è un ex sottotenente della marina reale britannica arruolato dalla polizia nel 1992. Lo stipendio degli ufficiali inglesi più anziani si aggira sui 200 mila euro l’anno. un terzo veterano inglese, Justin Shave, ha ordinato di sparare un lacrimogeno al presidente del Partito democratico di Hong Kong, Wu Chi-wai, mentre si avvicinava a mani alzate per chiedere spiegazioni sul pestaggio di alcuni dimostranti.

«Questi ufficiali vengono dalla Gran Bretagna, paese dove i diritti umani, le libertà fondamentali, la giustizia e lo stato di diritto sono dati per scontati. È per questi principi che la gente dimostrava quando la polizia li ha attaccati» ha denunciato al Sunday Times l’attivista Joshua Wong, imprigionato per mesi. Anche molte delle armi da fuoco degli agenti arrivano dall’Occidente, a cominciare dal classico revolver Smith & Wesson, così come le pistole Glock austriache e i fucili mitragliatori americani. La Germania non esporta più armi, ma ufficiali della polizia tedesca, esperti di sicurezza cibernetica, hanno tranquillamente partecipato a un corso a Hong Kong, dal 18 al 22 marzo, con agenti cinesi. Il 18 luglio, anche su spinta del grillino Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento europeo, è stata approvata una mozione che parla chiaro invitando gli Stati Ue e la comunità internazionale «a lavorare per l’imposizione di adeguati meccanismi di controllo delle esportazioni al fine di negare alla Cina, in particolare a Hong Kong, l’accesso alle tecnologie utilizzate per violare i diritti di base».

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