Esteri

Perché Nikki Haley si è dimessa

Trump ha perso il suo rappresentate all’Onu. Ecco cosa si muove nel retropalco dell’Old Party in attesa del Midterm

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Alessandro Turci

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Si chiama Nimrata Randhawa anche se è famosa come Nikki Haley. Era la rappresentante Usa alle Nazioni Unite. Era perché si è appena dimessa. Il suo nome rivela le origini indiane, e segnatamente dal Punjab di fede Sikh.

Una solida carriera

Classe 1972, quella che in Italia sarebbe una nuova leva della politica, in America è già stata Governatrice della Carolina del Sud (secondo indiano-americano a conquistare la carica nella storia del Paese) e addirittura vice-presidente in pectore se Mitt Roney fosse riuscito a battere Barack Obama nelle presidenziali del 2012.

Le sue dimissioni spontanee aprono alcuni interrogativi e investono direttamente Donald Trump. Sì perché, a ben guardare, una volta tanto nella dialettica tra il Presidente e un suo fedelissimo, è il primo a sembrare quello più moderato.

Al di là delle frasi di circostanza, e cioè del riconoscimento per l’ottimo lavoro svolto da Haley al Palazzo di Vetro, alcuni commentatori hanno cercato di evidenziare le tante differenze tra i due. Ma appunto, l’analisi riserva qualche sorpresa.

Con (e contro) Trump

A parte la polemica in ambito molestie sessuali, nella quale Haley ha difeso il diritto delle donne a denunciare e combattere, insieme alle molestie, anche la cultura dell’omertà, per il resto il più riflessivo è sempre parso il Tycoon. Certo Haley, come collocazione all’interno del Partito Repubblicano, vanta credenziali da centrista. Eppure le scelte di Trump su Corea del Nord e Iran (dialogo e sanzioni) a Haley, molto più interventista, non sono mai piaciute.

Lascia per questa ragione? Difficile crederlo. Lascia a un mese dalle elezioni di Midterm per riservarsi un ruolo nel partito del futuro? Sì, ipotesi credibile, ma sempre avendo ben chiaro che le carte del gioco in campo conservatore le ha ancora tutte in mano Trump.

Interventista attendista?

In effetti non solo tra i Dem (molto a corto di idee) si spera in un inciampo del Presidente; lo spera anche una parte dell’Old Party che non ha mai digerito l’opa trumpiana. Ecco perché Haley potrebbe volersi smarcare, da donna che ha dimostrato di amare il potere (sì, è una politica di professione), per vedere prima di tutto come vanno a finire le elezioni di Midterm.

In caso di sconfitta (?) o ridimensionamento (poco probabile) dell’onda Trump, i repubblicani vecchia maniera – cioè il profilo di Haley – alzeranno la testa e saranno pronti a dare battaglia per la futura nomination. Insomma una interventista attendista?

Ma anche l’ultima battaglia appena conclusa, quelle per il giudice Brett Kavanaugh, alla fine ha sancito l’ennesima sconfitta (annunciata) dell’opposizione e dei media radicali, e l’ennesima vittoria di Trump. Scommettere sul declino del Presidente è politicamente prematuro; altro discorso invece per i piccoli (ma in borsa mai si sa) terremoti di Wall Street.

L'incognita Wall Street

Sui successi economici - grandi guadagni degli indici e piena occupazione - Trump ha sinora cementato la sua leadership. Ma quando lo scontro da politico o diplomatico si trasforma in istituzionale, leggi Federal Reserve, il gioco si fa serio davvero.

Se la Fed è, testualmente, “impazzita”; rischia d’impazzire il sistema con un cortocircuito tra poteri dello Stato. E’ questo lo scenario che amano i moderati conservatori con aspirazioni interventiste (e non solo in politica estera) per rientarre in gioco. E questo, guarda caso, è il ritratto di Nikki Randhawa, sposata Haley.

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