Perché il mondo protesta

Dalla Tunisia all'Egitto, dalla Turchia al Brasile: i sei motivi che hanno spinto la classe media globale a scendere in piazza

Egitto (Credits: Ed Giles/Getty Images)

Claudia Astarita

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Abbiamo assistito a dimostrazioni di massa durante la Confederations Cup in Brasile. Abbiamo osservato Istanbul invasa da manifestanti. Ora vediamo come le piazze del Cairo siano di nuovo invase da folle oceaniche. Ogni volta, sembra difficile comprendere cosa spinga tanta gente in piazza. Spesso il motivo che scatena la protesta non ci appare così importante da rischiare di prendere manganellate dalle forze dell'ordine o di esporci a gas lacrimogeni e urticanti. In realtà, molti dei dimostranti che si riversano nelle strade di metropoli ai quattro angoli del pianeta sono animati da motivazioni simili.

1. Siamo nella stagione della protesta. Può sembrare tautologico, ma è proprio così. Il malcontento è nell'aria, è quasi palpabile. E con una simile atmosfera, è facile essere trascinati in piazza. Nonostante le ragioni immediate di una manifestazione siano spesso molto concrete, ai limiti del banale, forse questa situazione è il rovescio della medaglia della globalizzazione.

2. Siamo in una fase di cambiamenti epocali. Cambia il modo di relazionarsi, tra persone, popoli e nazioni. Le differenze fra generazioni sono abissali, la possibilità di colmare le distanze offerta dalla tecnologia senza precedenti.  E in tempi di grandi cambiamenti, le proteste sono un fenomeno ricorrente: pensiamo al 1989 o al 1968. Oppure, se vogliamo guardare più indietro, al 1848 e al 1789.

3. Sentiamo il bisogno di essere governati bene. È una necessita diffusa, dalla Cina al Sud America, dall’Europa al Nord Africa. Vogliamo tutti più partecipazione e meno distanza dalla politica. Il tema della "casta" è universale e le classi dirigenti non sembrano – ovunque – essere all'altezza delle sfide che debbono fronteggiare.

4. La classe media ha una nuova consapevolezza di sé. Fino a pochi anni fa, la grande maggioranza della popolazione mondiale aveva altro per la testa. Doveva pensare a sbarcare il lunario, a procurarsi da mangiare e un tetto sotto il quale dormire, magari con il miraggio di un futuro migliore, fatto di benessere (relativo). Ora che questo sogno sembra davvero alla portata di tutti, abbiamo tempo per riflettere meglio sulla nostra condizione e chiedere di più.

5. Sappiamo molte più cose. È l'effetto della rivoluzione dell'informazione. Vogliamo conoscere il reddito del ministro X? Facile, basta cercare in rete. Vogliamo conoscere gli effetti della legge Y? Altrettanto semplice. Anche se spesso non siamo in grado di filtrare le informazioni vere da quelle gonfiate, abbiamo un mondo di sapere alla nostra portata. E qualche volta quello che scopriamo non sempre ci piace.

6. Fronteggiamo regimi meno violenti. Definire non violenti i metodi usati per reprimere la protesta a Istanbul  potrebbe suonare quasi provocatorio, ma in realtà è proprio così. I cinesi che scesero in piazza Tiananmen nel 1989 si trovarono di fronte decine di carri armati, oggi nella maggior parte del mondo i dimostranti hanno davanti l'equivalente dei nostri celerini. Insomma si rischia, ma non troppo, a meno di situazioni estreme (come quella egiziana, dove più che a una protesta ci troviamo di fronte a un abbozzo di guerra civile).

 
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