Perché lo Stato Islamico ha già vinto, mentre noi abbiamo perso

Ankara e Riad combattono contro Mosca in previsione della spartizione della Siria, mentre i raid occidentali cadono nel vuoto: fotografia di un flop

la crisi siriana

Barack Obama e Vladimir Putin – Credits: Getty Imagines/ Eric Feferberg

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Senza la capacità di trovare truppe di terra pronte ad affrontare il Daesh, non sarà possibile batterlo completamente” dice John Kerry, Segretario di Stato. La sconfitta dell’Occidente nella grande guerra di Siria e Iraq sta - quasi - tutta in questa frase. Vediamo perché.

Dall’insorgenza dello Stato Islamico nel giugno 2014 e sino al dicembre di quest’anno, gli Stati Uniti e la coalizione internazionale dichiarano di aver condotto contro il Califfato un totale di 8.573 strike aerei. Del totale di questi bombardamenti, 5.639 sono stati effettuati in Iraq e 2.934 in Siria. Gli Stati Uniti ne hanno condotti direttamente 6.692 in Iraq e Siria (3.916 in Iraq e 2.776 in Siria) mentre il resto della coalizione ha bombardato i territori occupati dal Califfato 1.881 volte (1,723 in Iraq e 158 in Siria).

Il risultato è stato aver eliminato almeno 119 tank, 340 veicoli corazzati, 3.262 edifici, 196 strutture petrolifere, 2.577 postazioni militari nemiche e altri 3.680 target, per un totale di circa diecimila obiettivi centrati (dati di ottobre 2015).

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Il ruolo di Mosca e le altre forze
A questo conteggio, bisogna poi aggiungere i raid aerei e i missili sparati dalle navi russe: 1.400 tra lanci e sortite da ottobre a oggi, che hanno già eliminato oltre 1.600 combattenti dello Stato Islamico, secondo il Cremlino. Stamani, 9 dicembre, Mosca ha lanciato anche missili da crociera Kalibr dal sommergibile Rostov-on-Don nel mar Mediterraneo, avvertendo che il sottomarino “può lanciare anche testate nucleari”.

Insomma, sopra le postazioni nemiche dello Stato Islamico è stata riversata una quantità di bombe impressionante. Soprattutto se si considera che gli attacchi aerei andati a segno durante la campagna “Iraq Freedom” (l’invasione americana dell’Iraq nel 2003) sono stati 20.700, contro un nemico che però contava 350mila soldati effettivi, aveva 300 aerei da combattimento e una contraerea.

A tutto ciò si devono infine sommare le operazioni sul terreno dell’esercito siriano e iracheno, delle milizie curde e dei volontari iraniani e libanesi. Senza dimenticare che, in tutto, sono oltre cinquanta paesi che partecipano attivamente alla guerra.

I risultati della guerra
L’intervento russo ha modificato qualcosa sul campo, ma per lo più è limitato alla Siria occidentale (dove non c’è l’ISIS) e sinora ha permesso ad Assad di riprendere giusto la città di Homs.

 Qual è stato invece il risultato generale di questa gigantesca macchina bellica internazionale e della sua incomparabile potenza di fuoco, contro un’armata stimata in meno di 100mila miliziani che combattono in ciabatte con equipaggiamenti non particolarmente sofisticati, senza contraerea e tantomeno aerei?

Lo Stato Islamico è riuscito ad avanzare ancora in Siria, si è espanso in Libia e mantiene tuttora il controllo sulle principali città conquistate durante la campagna del giugno 2014: Raqqa, Deir Ezzor e Palmira in Siria; Mosul, Ramadi e Falluja in Iraq. Solo per citarne alcune.

Com’è possibile tutto ciò? Per rispondere superficialmente, si deve tornare alla dichiarazione del Segretario Kerry: i raid da soli non bastano, servono truppe sul terreno. Un mantra che i governi della coalizione ripetono a pappagallo di fronte a un’opinione pubblica sempre più terrorizzata dalle minacce dell’ISIS e preoccupata dell’inefficacia delle operazioni militari, che non riescono a piegare un nemico giudicato dai vertici militari di mezzo mondo “battibile in tre settimane”.

 Ma di eserciti occidentali da schierare non se ne trovano. In questo senso, possiamo già affermare senza tema di smentite che lo Stato Islamico ha vinto. Per il momento, infatti, l’armata di Al Baghdadi ha ottenuto tutti i risultati che si prefiggeva: conquistare intere regioni in Mesopotamia, amministrarle imponendovi la propria legge (la Sharia), compattare una parte del mondo sunnita sotto il vessillo nero, offrire una nuova ideologia da esportare fuori dai confini dell’Islam e contemporaneamente terrorizzare l’Occidente.

 

I fallimenti atlantici
La campagna terroristica scatenata dal Califfato in Europa e nelle aree relativamente stabili del Medio Oriente, non solo ha mietuto numerose vittime civili imponendo a praticamente tutta Europa di modificare la propria agenda sulla sicurezza, ma ha ingessato le risposte militari degli avversari: Barack Obama non vuole sentir parlare di “boots on the ground” e non esporrà i soldati degli Stati Uniti proprio allo scadere della sua presidenza (novembre 2016), se non inviando cinquanta truppe scelte e circa 2mila consiglieri militari. 

I governi europei non sono da meno: la Francia ferita e il risoluto Regno Unito, che teoricamente dettano la linea nell’impegno militare europeo, non autorizzeranno l’invio di soldati a meno di una risoluzione ONU. Cosa che vale anche per Germania e Italia.

Persino la Russia, che da sola ha scatenato una violenta offensiva militare, lo ha fatto solo in una piccola porzione del territorio controllato da ISIS, peraltro schierando imponenti forze aeree e navali, ma con un numero risibile di uomini sul terreno.

L’esercito turco-arabo
Restano sul campo poche opzioni. Una di queste - la più credibile - fuoriesce dal patto Turchia-Arabia Saudita, che punta alla saldatura tra le milizie sunnite raccolte nell’Esercito della Conquista (Jaysh Al Fatah) e Ahrar Al Sham: oltre cento leader, militari e politici, si sono riuniti a Riad questa settimana su invito di re Salman, dove hanno stretto un patto sinergico per imporsi in quella parte di Siria minacciata dall’intervento russo, che punta a mantenere in vita il regime sciita di Assad.

Alla riunione di guerra non hanno partecipato né i qaedisti di Al Nusra né lo Stato Islamico. Ciò nonostante, Jaysh Al Fatah e Ahrar Al Sham sono per lo più salafiti e islamisti: settantamila uomini con il compito di ridisegnare la futura mappa della Siria. Mentre in Iraq l’esercito sciita, insieme con curdi e iraniani, fatica non poco. La riconquista di Ramadi, per esempio, annunciata per novembre, non è ancora iniziata.

In conclusione, la grande guerra del Medio Oriente può essere risolta solo dagli attori regionali. Quattro anni e mezzo di conflitto furioso non hanno cambiato questa equazione e, anzi, hanno dimostrato l’inutilità di strumenti come la NATO e l’ONU. Considerato, ad esempio, che un membro di entrambe le organizzazioni come la Turchia non ha atteso né la prima per abbattere un jet russo senza peraltro subirne le conseguenze (visto che le regole d’ingaggio avrebbero obbligato Ankara ad accompagnare il jet fuori dallo spazio aereo turco) né la seconda per entrare in territorio iracheno con un intero reggimento.

 È il segno dei tempi. Alla burocrazia euro-occidentale, persiani e arabi rispondono con i fatti. Anche perché ritengono che questa sia la loro guerra, e non la nostra. Di fatto, sono loro ad avere il controllo della situazione. In ogni caso, la minaccia dello Stato Islamico, anche quando sarà distrutta, resterà nella storia come uno dei più grandi fallimenti militari occidentali. Nel vano tentativo di decidere questa guerra, infatti, non abbiamo soltanto svuotato gli arsenali, abbiamo esaurito anche il nostro ruolo centrale in Medioriente. 

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