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Perché Israele ha ucciso Mustafa Badreddine

Centrato da un missile vicino all’aeroporto di Damasco, il capo di Hezbollah era il referente dell'organizzazione libanese nel governo Assad

LEBANON-SYRIA-CONFLICT

La conferenza stampa di Hezbollah e dei parenti dopo la morte di Badreddine – Credits: ANWAR AMRO/AFP/Getty Images

Per Lookout news

Israele colpisce duro i miliziani libanesi, uccidendo Mustafa Badreddine, nemico giurato di Gerusalemme e ricercato internazionale. Lo si apprende da fonti internazionali che, sebbene non possano confermare ufficialmente il ruolo di Tel Aviv nell’operazione, concordano nell’attribuirgli il risultato.

 Intanto, lo Stato Islamico prosegue l’offensiva più importante dell’anno, scatenando attacchi su tutti i fronti di guerra. Mentre la Russia dimostra di non poter controllare tutto e ha ormai scelto da quale parte stare: il regime di Damasco e non oltre, con grave disappunto degli iraniani.

 Il colpo messo a segno contro Mustafa Badreddine è in ogni caso un segnale preciso: Israele non dimentica la sua lotta per la difesa del paese e il suo impegno contro i nemici dello stato ebraico non conosce soste. Soprattutto adesso che i confini con il Libano e la Siria pullulano di jihadisti sunniti e di milizie sciite.

 

Chi era Mustafa Badreddine
Badreddine sarebbe stato centrato da un missile (o, secondo alcuni, da un colpo d’artiglieria) presso l’aeroporto di Damasco. Era ricercato tra gli altri anche da Stati Uniti, Francia e Kuwait, ma soprattutto era nel mirino israeliano sin da quando, negli anni Ottanta, il terrorista aveva imbracciato il fucile per punire Israele, in relazione all’occupazione del Libano.

Da allora si era distinto per un ruolo di crescente importanza all’interno del “partito di Dio”, soprattutto in seguito alla morte di un altro leader di Hezbollah, Imad Mugniyeh che, prima di essere ucciso nel 2008, aveva insegnato tutto ciò che sapeva a Badreddine con il quale era imparentato.

 Alcune fonti lo dipingono come un uomo tutt’altro che in fuga, ma anzi dedito alla bella vita sotto falso nome: Sami Issa, ricco gioielliere cristiano. Vera o meno che sia questa ricostruzione, da oggi Hezbollah ha un dirigente in meno nella guerra siriana.

Già perché Bareddine sarebbe stato una pedina importante: ad esempio, avrebbe guidato la riconquista di Qusayr del giugno del 2013, che ha sancito ufficialmente l’entrata in guerra di Hezbollah al fianco del regime di Damasco e degli iraniani, saldando così l’alleanza sciita contro lo Stato Islamico e le forze ribelli del paese.

 Bareddine, secondo alcune fonti, sedeva persino nel consiglio di guerra insieme con il presidente siriano Bashar Al Assad, i consulenti russi e i generali iraniani, che avevano formato una sorta di coordinamento centrale per le operazioni militari. Il leader libanese avrebbe organizzato e coordinato anche l’attentato che nel 2005 uccise il premier libanese Rafik Hariri, il politico di origine sunnita che voleva un Libano libero da Hezbollah. Cosa che non è stata più possibile da allora.

Chi è e come agisce Hezbollah
Hezbollah ha, come noto, il pieno controllo del sud del paese e de facto governa una larga fetta di popolazione, nonostante la presenza dell’esercito libanese sul territorio. Beirut ha inoltre da anni un governo debole, quello di Tammam Salam, formato da una coalizione di otto ministri provenienti dall’alleanza sunnita e filo-occidentale “14 marzo” e di altri otto vicini alle posizioni di Hezbollah.

 Hezbollah, nato come movimento di resistenza all’invasione israeliana nel 1982, nel corso degli anni è riuscito nell’obiettivo di conquistare la parte più povera del Libano. La forza del partito, che non può essere considerato semplicisticamente come un’organizzazione terroristica, è stata la capacità di sostituire lo Stato - spesso assente - nell’offrire servizi e as-sistenza alla popolazione: scuole, ospedali, abitazioni, servizi sociali. Uno Stato nello Stato, insomma, con il sostegno non solo della comunità sciita ma anche di quella sunnita.

 La morte del premier Hariri segna la prima profonda spaccatura all’interno del mondo musulmano libanese. Con la primavera araba e lo scoppio della guerra civile in Siria, Hezbollah corre in aiuto di Assad, sponsor e alleato (insieme all’Iran) del movimento sin dalle prime fasi della sua costituzione, inviando come noto le proprie milizie a combattere a fianco dell’esercito governativo contro l’opposizione sunnita.

 Il coinvolgimento di Hezbollah in Siria ha creato un nuovo divario tra sciiti e sunniti in Libano. Nel nord del Paese, gruppi appartenenti a entrambe le correnti religiose si fronteggiano tuttora in una guerriglia a bassa intensità, con i sunniti che appoggiano i ribelli e gli sciiti che parteggiano per il regime. Le conquiste militari di Hezbollah in Siria rischiano però di trasformarsi nella perdita di quello status di forza di liberazione nazionale che ne ha consentito la trasformazione in realtà politica di primo piano.

 Tra la popolazione non sciita, infatti, si sta diffondendo sempre più l’idea che il Partito di Dio sia estraneo al Libano e molti cominciano a vedere i suoi militanti come agenti stranieri infiltrati da Damasco o, meglio da Teheran. Non a caso, negli ultimi mesi Hezbollah è in crescente difficoltà e non riesce a sostenere gli oneri della guerra e le perdite inflitte dal nemico. Il Partito di Dio rischia così di restare definitivamente schiacciato dalla crisi siriana.

 

La situazione generale in Siria
Per il resto, la situazione in Siria resta molto fluida e la morte “eccellente” di Bareddine racconta anche di una frattura all’interno di questo coordinamento centrale. Se da una parte, infatti, la Russia ha permesso alle forze sciite di tamponare le perdite e di mantenere il controllo su Damasco e Aleppo, dall’altro lato è pur vero che Mosca ha già raggiunto il suo obiettivo e non può spendersi per fare di più.

 Ed ecco allora che gli israeliani sono liberi di fare incursioni in territorio siriano, così come lo Stato Islamico può condurre continuare a premere nel nord della Siria (sono di oggi nuovi attacchi intorno a Palmira), mentre gli iraniani e i miliziani di Hezbollah hanno subito numerose perdite e Teheran è costretta sempre più spesso a far affluire rinforzi con un ponte aereo a Latakia, la “città russa” di Siria.

 Lo Stato Islamico, intanto, non resta a guardare. Da quando ha lanciato l’Operazione Al Anbari, in memoria del defunto comandante, le operazioni sono triplicate, soprattutto quelle in Iraq, dove ISIS ha colpito i quartieri sciiti a Baghdad (88 morti), ha lanciato attacchi intorno a Ramadi e Abu Ghraib. Mentre continuano senza sosta attacchi suicidi e schermaglie tra milizie in Libia e persino in Yemen.

 

 

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