Perché il Vietnam si ribella a Pechino

Ragioni economiche e politiche dietro l'esplosione di manifestazioni anti-cinesi in tutto il paese

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Proteste anti-cinesi in Vietnam - giugno 2018 – Credits: Kao NGUYEN / AFP

Claudia Astarita

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"Basta regalare soldi alla Cina". "Basta svendere il nostro paese". Si moltiplicano in Vietnam i focolai di proteste contro la decisione del governo di approvare lo Special Zone Act, una nuova normativa pensata per favorire gli investimenti stranieri verso il Vietnam che, tuttavia, l'intera nazione rifiuta per il terrore che questa possa portare a una progressiva occupazione cinese del mercato locale.

Per disperdere la folla le forze dell'ordine hanno fatto ricorso ai gas lacrimogeni e arrestato centinaia di manifestanti.  

Perché la Cina fa paura

Pechino sta investendo massicciamente in tanti paesi asiatici, e nonostante i capitali cinesi facciano gola a nazioni che non si sono ancora affrancate dalla povertà e dal sottosviluppo, il rischio che tanti pensano di correre è quello di ritrovarsi in una posizione di dipendenza assoluta nei confronti di una potenza che si avvia a diventare l'egemone indiscusso dell'Asia.

L'incubo del Vietnam

Per il Vietnam la Cina è sempre stato un problema. La memoria della guerra del 1979 è ancora molto vivida, in più c'è chi pensa che l'interessamento economico di Pechino nasconda la volontà di conquistarsi l'appoggio di Hanoi per potersi muovere senza interferenze nel Mare cinese meridionale, dove la Cina ha rafforzato la sua posizione sia sull'arcipelago della Spratly sia su quello delle Paracelso.

Continuando ad assecondare le sue mosse, indipendentemente dal fatto che sembrino o meno convenienti nel breve periodo, si rischia di assecondare il rafforzamento della Cina nella regione.  

Cosa prevede l'accordo

Lo Special Zone Act è una legge che il governo di Hanoi ha pensato per creare Zone economiche esclusive dove testare riforme attirando così più capitali dall'estero. I vietnamiti non si sono ribellati perché contrari alla creazione di Zone economiche esclusive, ma perché la nuova normativa prevede che i terreni su cui si investe vengano dati in affitto a chi li gestisce. Una clausola che la stampa ha definite "da paese in via di sviluppo", facendo riferimento ai casi di Cambogia e Laos, che recentemente hanno accettato i capitali cinesi concedendo in cambio un diritto di proprietà sui terreni di 99 anni.

La rabbia degli attivisti

I rapporti tra Cina e Vietnam non sono mai stati buoni, ha commentato il dissidente Nguyen Chi Tuyen, che associa la possibilità di permettere alla Cina di entrare in possesso di questi appezzamenti di terreno a un assist per la colonizzazione.

Ancora, per gli attivisti è la posizione delle nuove Zone economiche esclusive che le trasforma di fatto in un'area cinese: una delle tre previste verrebbe creata a Van Don, nella provincia di Quang Ninh, vicinissima al confine con la Cina. Un'altra sull'isola di Phu Quoc, nella provincia di Kien Giang, vicina alla Cambogia ma a una parte di Cambogia attualmente dominata da progetti cinesi.

I dubbi sullo sviluppo "alla cinese"

A sentire gli economisti, le "mini Singapore" che il governo sembra voler affidare ai cinesi non rappresentano nemmeno la strategia più efficace per rilanciare l'economia locale. Dal loro punto di vista il paese ha bisogno di investimenti mirati a aumentare la sua capacità produttiva, scommettendo sulle tecnologie e sulla formazione della forza lavoro per aumentarne la produttività. Aspetti che gli investimenti cinesi non prenderebbero nemmeno in considerazione.

E così il paese è sceso in piazza, per protestare contro una nuova élite vietnamita sempre più propensa a fare affari con la Cina, per favorire l'interesse personale ma certamente non quello del paese. Senza sapere, sottolineano gli attivisti, che quando Pechino avrà ottenuto il controllo pieno della nazione nei suoi disegni non ci sarà più spazio nemmeno per loro. Ma questa è un'altra storia, che tanti sperano non verrà mai scritta.


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