Perché Hamas ha detto no alla tregua

Le tre ragioni che spiegano il rifiuto del cessate il fuoco da parte del movimento islamista. 10 domande a Netanyahu - Vivere nella paura - Il conflitto dalla A alla Z

Palestinesi fuggono dalle loro abitazioni – Credits: EPA/MOHAMMED SABER

Paolo Papi

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Perché le Brigate Ezzedim Al-Qassam, il braccio armato di Hamas, hanno rifiutato il cessate-il-fuoco proposto dall’Egitto? E come mai, nonostante l’evidente squilibrio delle forze in campo, gli islamisti che governano la Striscia di Gaza dal 2006, intendono continuare a combattere una guerra che giocoforza perderanno anche questa volta, con risultati disastrosi per il popolo palestinese? Per rispondere a queste domande occorre ripercorrere a ritroso quei passaggi storici e politici che possono illuminare una decisione  che appare suicida e autolesionista, non solo per Hamas ma anche per l’intera popolazione di Gaza.

 

LA GUERRA RICOMPATTA HAMAS. Da quando governa la Striscia di Gaza, prima in assoluta solitudine e oggi in condivisione con l’Anp, Hamas  ha dissipato, complici l’embargo e gli scandali che hanno sporcato presso il popolo palestinese l’immagine del Movimento di resistenza islamico, gran parte del patrimonio di consensi popolari che aveva reso possibile la sua vittoria elettorale del 25 gennaio 2006. Solo una guerra contro il nemico di sempre può contribuire a ricompattare le fila di un movimento in realtà sempre più spaccato tra la sua anima ministeriale e la sua anima militare, incalzato dai gruppi armati e dai lupi solitari sorti nella Striscia negli ultimi anni, spesso fuori da qualsiasi controllo, come insegna il caso dei tre ragazzi israeliani rapiti e uccisi da una scheggia islamista appartenente alla tribù dei Qawasameh qualche settimana fa.

 

IL MEDIATORE NON È CREDIBILE. Perché una tregua anche solo di 48 ore possa essere raggiunta occorre che i due contendenti si fidino, almeno in parte, di chi si propone come mediatore. Non è così, per Hamas, nel caso dell’Egitto del generale Al Sisi, nemico giurato dei Fratelli Musulmani e della stessa Hamas, che dei Fratelli musulmani egiziani è considerata una emanazione ideologica e politica. Per mesi i vertici di Hamas hanno chiesto inutilmente agli egiziani di riaprire i tunnel che trasportano le merci dentro e fuori dalla Striscia, per dare un po’ di respiro all’economia di Gaza e anche per riprendere il fiorente business delle armi che ha arricchito funzionari governativi palestinesi a Gaza e piccoli e grandi commercianti di morte. Il no alla tregua è anche no a un Paese, l’Egitto, di cui Hamas - ricambiato - non si fida.

 

MANCA UNA EXIT STRATEGY. I vertici di Hamas, secondo le indiscrezioni rese note dal quotidiano israeliano Haaretz,  potrebbero puntare, più che a un semplice cessate il fuoco, a una vera e propria tregua strutturata che consenta loro di ricompattarsi in vista di una nuova eventuale offensiva. Il punto è che, per accettare il cessate il fuoco, hanno bisogno  di ottenere un risultato (come può essere il rilascio di qualche decina di militanti palestinesi prigionieri in Israele) da vendere al proprio popolo. Detto in altri termini: non essendo riusciti a ottenere nulla per la gente di Gaza, dacché governano la Striscia, devono ottenere un qualche riconoscimento per non perdere la faccia. Tanto più che, se dismettessero oggi le armi in cambio del nulla, rischierebbero  di venir travolti e superati dai gruppi radicali e qaedisti sorti nella Striscia che gli stanno facendo concorrenza. Con risultati imprevedibili, anche per gli equilibri di tutta l’area. Da questo punto di vista il disimpegno americano ed europeo non aiuta: la mancanza di una sponda internazionale per voltare pagina spinge i due attori sulla scena - i palestinesi e gli israeliani - a rifiutare qualsiasi ipotesi di accordo che non fornisce in realtà alcuna prospettiva strategica diversa dallo stato di guerra permanente.

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