Enola Gay
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Perché gli Usa non hanno mai chiesto scusa per Hiroshima?

Nella memoria collettiva americana sono diverse le ragioni per non farlo

La colpa dei giapponesi

Hiroshima GI CULTURE FOUNDATION/ANSA

Gli Usa non chiedono scusa per Hiroshima e Nagasaki perché ritengono sia stato giusto lanciare le due bombe atomiche. La memoria collettiva americana poggia su alcuni pilastri.

Le bombe hanno posto termine allla guerra e hanno salvato numerose vite umane

Il fungo della bomba atomica6 agosto 1945. Il fungo della bomba atomica sganciata su Hiroshima, fotografata dall'Esercito degli Stati Uniti. EPA/HIROSHIMA PEACE MEMORIAL MUSEUM

Hiroshima e Nagasaki hanno convinto le autorità giapponesi a chiedere la resa. Prima del lancio delle due atomiche non c'era stato alcun segnale che Tokio avesse alcuna intenzione di arrendersi.

Gli Usa pensavano che la guerra sarebbe continuata a lungo e che ci sarebbero state altre carneficine come quella di Iwo Jima, l'isola dove morirono quasi 7.000 marines e più di 18.000 soldati giapponesi.Così, con questa motivazione, per evitare altre migliaia di morti, gli Usa decisero di sganciare le bombe che provocarono ben 200.000 vittime.

I giapponesi avevano attaccato per primi a Pearl Harbour

Hiroshima dopo il bombardamento1945. Hiroshima dopo il bombardamento.Keystone/Getty Images

La guerra fu provocata da Tokio con l'attacco a sorpresa contro la flotta del Pacifico. Il raid aereo del 7 dicembre 1941 fu uno shock per gli Usa.

Mai così tanti americani erano morti sul suolo patrio a causa di un attacco lanciato da un nemico esterno.

Accadrà ancora 60 anni dopo, con l'attentato delle Torri Gemelle.

Per gli americani, l'attacco a tradimento a Pearl Harbour ha fatto ricadere sulle spalle dei giapponesi la colpa morale del conflitto. Loro l'hanno iniziato. Per questo, secondo gli Usa, ogni mezzo sarebbe stato legittimo per sconfiggere gli aggressori.

La fine del Giappone

L'equipaggio dell'Enola Gay, l'aereo che sganciò la bombaAnsa

I giapponesi avevano commesso troppi crimini di guerra e dovevano essere fermati.

Secondo un'altra scuola di pensiero, le bombe atomiche furono giustificate dalle ripetute stragi che i giapponesi avevano compiuto sui prigionieri di guerra americani. Se il conflitto fosse andato avanti, altre migliaia di prigionieri avrebbero potuto perdere la vita.

Secondo le stime più accurate, furono 140.000 i prigionieri di guerra alleati catturati dal Giappone. 30.000 di loro morirono a causa delle malattie e dei maltrattamenti. E' questa una sottomotivazione della prima motivazione di cui abbiamo parlato: era necessario porre termine alla guerra per evitare altre vittime. Fu la motivazione adotta da Harry Truman, il presidente che decise i due bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki.

In guerra è tutto permesso

Bambini con maschere antiradiazioni1° gennaio 1948. Bambini con maschere antiradiazioni atomiche a Hiroshima, due anni e mezzo dopo il bombardamento. STF/AFP/Getty Images

Nei conflitti bellici, le regole ci sono, ma non valgono. Perché avrebbe dovuto essere diverso nel caso della guerra con il Giappone.

Nella fase finale, gli Usa cercarono di sfiancare il morale del'opinione pubblica con bombardamenti a teppeto sulle città giapponesi. In poche settimane morirono quasi 150.000 persone. Ma nonostante questo, le autorità di Tokio non diedero alcun segnale di possibile resa.

C'è poi un altro fattore da non dimenticare, analizzato da storici statunitensi: la mentalità con cui gli americani si approcciano alla guerra. E cioè, rispondere con una superiore potenza a ogni offesa ricevuta, in modo da mettere in ginocchio il nemico. E' la logica bellica che, in fondo, in quel momento storico, ha portato, insieme a tutte le motivazioni politiche del caso, al lancio delle due atomiche.

Questi i motivi per cui gli Usa non hanno mai chiesto scusa. Non è detto che però questo non accada in futuro. Barack Obama sembrava aver fatto qualche timido passo in quella direzione qualche anno fa. Poi, lasciò perdere. Magari ci riserverà una sorpresa in futuro.

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Michele Zurleni

Giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori

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