Perché gli inglesi voteranno per restare nell’UE

Oggi i cittadini del Regno Unito sceglieranno se rimanerenell’UE. Anche se il populismo soffia forte, a prevalere sarà l’istinto conservatore

Brexit

Un tassista con un manifestino "Vote Leave" a favore del Brexit in occasione del referendum del 23 giugno - 22 giugno 2016 – Credits: JUSTIN TALLIS/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Il piano della Scozia nel 2014 era quello di fare una Repubblica del Commonwealth come il Canada e l’Australia, continuando a riconoscere la sovranità simbolica della Regina Elisabetta II ma con un governo completamente autonomo. Alla fine, invece, nel referendum del 18 settembre di quell’anno, il 55% degli scozzesi scelse di non staccarsi dal Regno Unito e votò “No”, rimanendo al pieno servizio di Sua Maestà.

 All’epoca, molti scozzesi intervistati all’uscita dei seggi dichiararono di aver votato “No” pur essendo sostanzialmente favorevoli all’indipendenza. Il tutto si era tradotto con un laconico business as usual, cioè l’aver dato più chance ai benefici economici garantiti dal mantenimento dello status quo, rispetto alle incertezze economico-finanziarie che sarebbero potute scaturire da un distacco da Londra. Come a dire che tra i cittadini scozzesi prevalse la testa rispetto al cuore. O, meglio, il portafoglio rispetto all’ideale.

 Anche tra i cittadini europei quelli che detestano l’Unione Europea sono probabilmente la maggioranza. E non c’è dubbio che tutti quanti vorremmo fare tabula rasa di una struttura elefantiaca che ha elevato all’ennesima potenza la burocrazia rispetto alla politica. Eppure, quegli stessi cittadini temono forse di più un futuro sganciato da Bruxelles che non l’attuale stato dell’Unione. Anche se il vento populista soffia forte in tutto il continente, alla fine è l’istinto conservatore a prevalere quasi sempre nelle urne.

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La Treccani definisce il conservatorismo quella posizione culturale e politica “di chi sottolinea il valore della continuità di fronte al cambiamento, contro le ideologie progressiste, difendendo l’ordinamento politico-sociale tradizionale dagli impulsi innovatori”. Il primo teorizzatore del conservatorismo e precursore delle tesi della ragionevole continuità, fu guarda caso proprio un cittadino britannico di origini irlandesi. Si chiamava Edmund Burke e scrisse un pamphlet di filosofia politica che sarà seminale per i futuri ragionamenti intorno all’argomento: Riflessioni sulla rivoluzione in Francia.

 

Il suo saggio fu pubblicato nel 1790, cioè un anno dopola presa della Bastiglia. A rileggerlo oggi vi troviamo pagine di sorprendente attualità e preveggenza. Una delle frasi più famose dell’opera recita: “L’età della cavalleria è finita. Quella dei sofisti, degli economisti e dei contabili è giunta; e la gloria dell’Europa giace estinta per sempre”. Anticipando di due secoli e più le dinamiche che avrebbero governato le attuali istituzioni, Burke si scagliava contro la rivoluzione francese con un ragionamento limpido e semplice, che si sostanzia nel concetto secondo cui lo spirito d’innovazione giacobino era “così distante da ogni principio di vera e sana riforma” perché “ben adatto a sovvertire gli Stati, ma perfettamente incapace di migliorarli”. Una riflessione decisiva che può essere associata anche ad altri concetti (vedi il “vincere la guerra e perdere la pace” odierno).

Contrapponendo al primato della ragione e del progresso – postulato della Rivoluzione francese – la validità della tradizione e del pragmatismo come elementi ritenuti tipici dell’esperienza britannica, Burke invitava a diffidare dalle infatuazioni per le rivoluzioni, poiché spesso sono guidate da “bande di agitatori, da società cittadine composte da manipolatori di assegnati, da fiduciari per la vendita dei beni della Chiesa, procuratori, agenti, speculatori, avventurieri tutti che comporranno un’ignobile oligarchia”.

 

Insomma, secondo Edmund Burke il pensiero conservatore, pur con tutti i suoi pregiudizi, aveva condotto il Regno Unito al punto in cui era, e cioè a un’innovazione lenta e ragionata, senza quelle sterzate verso l’ignoto dei francesi che avrebbero potuto distruggere la corona inglese, senza che se essi ne potessero trarre un reale giovamento. E, del resto, non aveva poi così torto, visto che subito dopo la Rivoluzione francese vennero la Restaurazione e Napoleone.

In conclusione, nel referendum sulla Brexit più che la commozione per la morte della deputata laburista Jo Cox – assassinata in nome del primato inglese sull’Europa – aleggia ancora lo spirito di Edmund Burke. E tale spirito si potrebbe racchiudere nella seguente frase: “Per quattrocento anni [noi inglesi] siamo andati avanti, ma non posso credere che non siamo materialmente cambiati. Grazie alla nostra diffidenza verso le innovazioni, grazie alla neghittosità del nostro carattere nazionale, ancora possediamo la tempra dei nostri padri. Noi non abbiamo perduto – come io credo – la liberalità e la dignità di pensiero del quattordicesimo secolo, né però abbiamo fatto di noi stessi dei selvaggi”.

Non che l’uscita dall’Unione Europea farebbe dei britannici un popolo di selvaggi, ma certo renderebbe più selvaggio e incerto il loro percorso economico e politico. Questo, più che la promessa rivoluzionaria della Brexit, potrebbe portare Londra a scegliere il “Remain”, cioè la permanenza nelle odiate istituzioni comunitarie, che sono pur sempre da preferire all’inevitabile susseguente stagione controrivoluzionaria che quasi sempre attende al varco ogni atto rivoluzionario. In caso contrario, prepariamoci tutti a “un’ignobile oligarchia”.

 

L’iter legislativo dopo il voto per la Brexit
Posto che nessuno Stato membro ha mai tenuto un referendum nazionale sul ritiro dall’Unione europea (eccettuata la Groenlandia nel 1982, che però è parte della Danimarca), l’iter legislativo in caso di un “Leave” inglese prevede:

Giugno 2016 – Annuncio uscita controllata del Regno Unito dall’UE entro due anni, cioè nel 2018, secondo gli accordi di Lisbona.

 Autunno 2016 – La Brexit viene notificata al Consiglio europeo. Attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, inerente la clausola di recesso dalla UE. Inizia la negoziazione sulle tempistiche di uscita tra governo inglese e Consiglio europeo, organo istituito da Lisbona e composto dai capi di Stato o di governo dei paesi membri UE più il presidente della Commissione (senza potere di voto).

2016 – Paesi Bassi, Irlanda e Cipro tendono a essere strettamente allineati con il Regno Unito in termini di obiettivi politici, normativi e commerciali. Sarebbero i primi paesi esposti alla possibilità di seguire l’iter inglese per uscire dall’Unione Europea.

2017 – Il Regno Unito continua a rispettare i trattati e le leggi dell’Unione Europea, ma non prende parte ai processi decisionali dell’Unione, in quanto ha negoziato un accordo di recesso e sono in corso trattative sulle modalità di gestione del suo nuovo rapporto con l’ormai Unione dei 27 Paesi membri.

2017 – Teoricamente, il parlamento inglese potrebbe ancora bloccare la Brexit, ma l’ipotesi è remota e dalle conseguenze nefaste per la politica britannica. Secondo la Camera dei Comuni “Se la Camera delibera contro la ratifica, il trattato può ancora essere ratificato se il Governo fornisce una dichiarazione che spiega il motivo per cui il trattato dovrebbe comunque essere ratificato e la Camera dei Comuni non delibera contro la ratifica una seconda volta entro 21 giorni (questo processo può essere ripetuto all’infinito)”.

2018 – Il Regno Unito cessa ufficialmente di essere un membro dell’Unione Europea e i rapporti commerciali con il mercato unico vengono regolati in base a quanto previsto dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (al di fuori del mercato unico), con l’applicazione di tariffe su import ed export.

2019 - Anche se molto improbabile, il Regno Unito in futuro potrebbe rinegoziare un nuovo ingresso nell’Unione Europea secondo quanto stabilito dall’articolo 49 del Trattato di Lisbona.

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