Esteri

Perché la Francia sta scioperando

La riforma delle pensioni di Macron ha scatenato la collera dei francesi. Una reazione d'opposizione verso un sistema considerato iniquo

National strike in France

Redazione

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Il 27 dicembre 2019 i francesi con il loro sciopero hanno battuto un record. Arrivata al suo ventitreesimo giorno, l'astensione dal lavoro contro la riforma delle pensioni del governo Macron ha superato in termini temporali quella del 1995 contro il piano Juppé.

Il 15 novembre 1995, l'allora premier Alain Juppé aveva presentato un progetto di riforma sulle pensioni e sulla sicurezza sociale. L'obiettivo era introdurre nel settore pubblico le misure imposte al settore privato due anni prima dalla riforma Balladur, fra cui l'allungamento dell'anzianità contributiva da 37,5 anni a 40 anni. L'annuncio aveva provocato quello che era stato considerato il più grande sommovimento sociale in Francia dai tempi del 1968, con massicce ondate di scioperi generali in tutto il Paese. Finché, dopo la mega manifestazione del 12 dicembre, cui avevano partecipato circa due milioni di persone, il 15 dicembre il governo aveva ritirato la riforma.

Oggi Emmanuel Macron ci riprova. Annunciata durante la campagna elettorale, la sua riforma in sostanza prevede l'introduzione di una soglia minima di età - 64 anni – per poter andare in pensione senza tagli al trattamento previdenziale. Oltralpe oggi l'età pensionabile è fissata a 62 anni per il «regime generale», una delle più basse fra i Paesi Ocse.

Di pari passo, il piano di Macron prevede la riunificazione dei 42 regimi speciali, con significative variazioni in termini di età e di benefici, in un solo regime, valido per tutti, che garantirebbe una pensione minima di 1.000 euro al mese a tutti i lavoratori.

Passi presentati come necessari, visto che «la previdenza sociale in Francia si avvia verso un deficit che potrebbe arrivare tra 7,9 miliardi e 17,2 miliardi nel 2025, anno in cui entrerebbe a pieno regime la riforma Macron, che tocca i nati dal 1975», come si legge sul sito di Euronews.

Anche perché il costo dell'attuale sistema pensionistico francese, in termini di spesa pubblica come percentuale del Pil, è fra i più alti dell'Unione europea. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2015 la Francia ha speso per le pensioni il 13,9 per cento del suo Pil, terza in classifica dopo la Grecia (16,9 per cento) e, ahinoi, l'Italia (16,2 per cento).   

Oltretrutto, come si legge sul sito francese www.retraite.com, «fondere i diversi regimi esistenti (regimi speciali inclusi) in uno solo consente di porre fine a un sistema troppo complesso che solo gli iniziati possono capire».

Ma l'unificazione dei regimi comporta il cambiamento dell'attuale sistema di calcolo delle pensioni. La riforma ne introduce uno basato sui contributi effettivamente versati e non, come avviene adesso nel settore privato, sui 25 anni in cui il dipendente ha avuto lo stipendio più alto oppure, nel caso del settore pubblico, sulle paghe degli ultimi sei mesi di lavoro prima del pensionamento.

Al loro posto, Macron intende estendere a tutti il sistema dei punti, già adottato da alcuni dipendenti del settore privato. In sostanza, il suo piano prevede di remunerare i dipendenti per ogni igorno lavorato attraverso dei punti, il cui valore viene rivalutato ogni anno. Al momento del pensionamento, i punti accumulati sono convertiti in pensione. Non a caso, il motto del piano è «Per una pensione più semplice, più giusta, per tutti».  

Eppure la riforma Macron non è stata affatto percepita come equa. «Riunificando i 42 regimi speciali di pensioni in uno solo, per favorire la trasparenza, Macron poteva sperare nel tacito sostegno di una maggioranza dei francesi e anche dei sindacati riformisti» ha commentato Pierre Haski, ex vice-direttore di Libération e cofondatore del sito Rue89. «Tuttavia, segno dei tempi difficili per il discorso politico e delle personali contraddizioni del presidente, questo messaggio semplice si è perso, lasciando il posto a una collera in cui si manifesta la voglia di opporsi a una società percepita come sempre più dura per tutti tranne che per i più ricchi…»

Risultato: lo sciopero, nonostante la tregua natalizia auspicata dal governo, non si ferma. Intanto, l'esecutivo prepara la seconda fase di concertazioni: il 7 gennaio riprenderanno i negoziati con i sindacati. Ma se le proteste proseguiranno solo fino al 2 gennaio, gli scioperanti batteranno un altro record: i 28 giorni di sciopero del 1986-1987 alla Sncf, le ferrovie francesi. Buona fortuna, monsieur le Président.

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