Chiara Degl'Innocenti

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La commissione Pontificia per la tutela dei minori, l'istituzione della Chiesa romana creata da papa Francesco il 22 marzo 2014 come ulteriore sforzo per affrontare lo scandalo degli abusi da parte del clero, non arriverà al suo terzo compleanno indenne da polemiche. Prima era formata da 18 membri (9 laici e 9 religiosi), adesso restano in 16. 

Dopo le dimissioni, un anno fa, di Peter Saunders, l'inglese vittima di un prete pedofilo, sono arrivate anche quelle di un altro membro della fondazione, Marie Collins, irlandese, abusata sessualmente da un sacerdote quando aveva 13 anni.

Proprio lei che ne faceva parte fin dal primo anno. La "resistenza di alcuni membri della curia vaticana" a collaborare con la Commissione guidata dal cardinale di Boston Sean O'Malley, la "vergognosa mancanza di collaborazione da parte del dicastero coinvolto più da vicino nell'affrontare i casi di abuso", scrive la Collins in un comunicato, l'hanno portata ad andarsene. Parole pesanti, un vero attacco al Vaticano. 

Quando è nata la Commissione
E dire che lo scopo di questa istituzione è quello di proporre iniziative volte a proteggere i bambini e gli adulti vulnerabili nella Chiesa. Non a mettere paletti nel farlo. Certo è che la storia della fondazione nasce in salita. Presieduta dall'arcivescovo di Boston Sean Patrick O'Malley, scelto direttamente da papa Francesco, era stata annunciata già nel 2013, dopo le critiche di alcuni di vittime che mettevano in dubbio la comprensione della piena portata del problema da parte della Chiesa.

I membri del gruppo iniziale della Commissione erano otto: la francese Catherine Bonnet, studiosa di psicologia e psichiatria; l'irlandese Marie Collins, rappresentante delle vittime di violenze; l'inglese Sheila Hollins, docente di psichiatria; il cardinale Sean Patrick O'Malley, arcivescovo di Boston, noto per il suo impegno contro il dilagante fenomeno della pedofilia nella sua diocesi, oltre ad essere componente del consiglio di cardinali che assiste il Papa nella riforma della Curia, il giurista italiano Claudio Papale. L'elenco comprendeva anche l'ex primo ministro ed ex ambasciatrice polacca Hanna Suchocka; il gesuita argentino Humberto Miguel Yanez, che da lungo tempo conosce Bergoglio; il gesuita tedesco Hans Zollner, studioso del fenomeno e decano della facoltà di psicologia dell'Università Gregoriana. Nel tempo il team era aumentato nella composizione con una maggiore rappresentanza geografica raggiungendo i 18 membri.

Comunque, dopo una lenta partenza, nel 2015 la Commissione aveva iniziato affrontando i temi più caldi attraverso gli incontri con i vescovi e la sponsorizzazione di programmi di formazione per il personale ecclesiastico in tutto il mondo. Lo scopo primario era (ed è) fare "tutto il possibile per assicurare che crimini come quelli che si sono verificati non possano più ripetersi nella Chiesa". La Commissione infatti "promuove la responsabilità locale delle Chiese particolari, unendo i loro sforzi a quelli della Congregazione per la Dottrina della Fede, per la protezione di tutti i bambini e gli adulti vulnerabili".

Nel 2016 poi era stato creato anche un tribunale interno al Vaticano per giudicare i casi che coinvolgessero i vescovi e gli ecclesiastici. Ma nonostante il pontefice lo avesse approvato il tribunale non aveva mai iniziato a lavorare veramente. In un decreto emato subito dopo, infatti lo si riteneva non necessario poiché il Vaticano aveva già il potere di sollevare dall’incarico i vescovi che si sono resi complici di abusi nelle loro diocesi. Motivo, anche questo, dell'abbandono della Collins.

Le linee guida per i casi di abuso
Subito dopo la sua istituzione la Commissione aveva cominciato a lavorare sulle linee guida per i casi di abuso sessuale: "Quando il vescovo che riceve la denuncia di un abuso deve essere sempre disponibile ad ascoltare la vittima e i suoi familiari, assicurando ogni cura nel trattare il caso secondo giustizia e impegnandosi a offrire sostegno spirituale e psicologico, nel rispetto della libertà della vittima di intraprendere le iniziative giudiziarie che riterrà più opportune”.

Le accuse della Collins
Da qui la scelta di Saunders, prima, e della Collins, poi. "Da quando la Commissione ha iniziato i suoi lavori a marzo del 2014 sono stata impressionata dall'impegno dei miei colleghi e dal genuino desiderio di Papa Francesco di avere assistenza nell'affrontare il tema degli abusi sessuali del clero. Credo che costituire la Commissione e coinvolgere esperti esterni per consigliarlo su cosa fosse necessario per rendere più sicuri i minori sia stata una mossa sincera", si legge nello scritto della Collins. "Tuttavia nonostante che il Santo Padre abbia approvato tutte le raccomandazioni fattegli dalla Commissione, vi sono stati costanti ostacoli". 

E ancora a Repubblica: "Non potevo restare. Dopo tre anni vedere continuamente che nella Curia romana c'era chi non favoriva il nostro lavoro, chi in sostanza lo boicottava, senza rispondere anche alle richieste più elementari che venivano avanzate, mi ha gettato in un profondo sgomento, ho provato anche vergogna, e così ho deciso di dimettermi".

E in riferimento al tribunale vaticano: "Le richieste che facevo pervenire alla Congregazione per la Dottrina della fede non trovavano risposta, erano quasi sempre disattese. In particolare, mi ha ferito il fatto che la raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti, approvata dal Papa e annunciata nel giugno del 2015, non abbia avuto alcun seguito. Ha trovato dei problemi legali non meglio specificati e così il tribunale non è mai stato istituito. Tutto questo è per me motivo di sofferenza e sinceramente ho ritenuto che era giusto farmi da parte".

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