Parigi, Londra, Bruxelles: perché sono le “capitali del terrorismo”

L'illusione del multiculturalismo in una rete europea che si è sviluppata con la penetrazione lenta di salafiti e wahhabiti nelle periferie

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Una cittadina inglese con un mazzo di fiori a London Bridge parla con una poliziotta che presidia la zona - 4 giugno 2017 – Credits: GettyImages

Luciano Tirinnanzi

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Parigi, Londra, Bruxelles. Lungo quest’asse principale si muove la prima linea del jihadismo europeo. Che trova poi in Germania e nei Paesi scandinavi il suo sottobosco e nei paesi che affacciano sul Mediterraneo, in particolare i Balcani, le retrovie operative e le linee di rifornimento. Armi, ma anche uomini e soldi.


Una rete, quella europea, che si è sviluppata in decenni di penetrazione lenta ma inarrestabile di elementi salafiti e wahhabiti, le due correnti del fondamentalismo sunnita che basano la propria filosofia sull’abbattimento dei governi secolari in favore di uno stato retto dalla legge islamica, le quali si sono abilmente insinuati tra le maglie aperte dall’approdo disorganico e incontrollato degli immigrati nel continente, concentrati in massima parte proprio in questi paesi, oltre che in Germania.

Un network che si è alimentato di generose donazioni dall’estero, grazie alle quali i fondamentalisti hanno potuto istituire fondazioni che sfuggono al fisco ma attraverso cui hanno comunque potuto erigere centri sociali e di accoglienza come luoghi di preghiera. E che si è avvantaggiato dell’assistenzialismo del welfare locale, grazie al quale le nuove generazioni d’immigrati hanno potuto vivere con dignità e proliferare, a seconda delle politiche migratorie di ciascun paese.

L’inganno del multiculturalismo

Di ciò hanno beneficiato milioni di “nuovi” cittadini europei un tempo stranieri, accolti senza sosta e tali che oggi incidono per quasi il 12% sull’intera popolazione del Belgio, per il 10% nel Regno Unito e per il 7% in Francia.

In questi tre paesi, l’accoglienza è stata quasi forzata, corroborata da una forte dose d’idealismo che, tuttavia, non ha condotto a quel sogno del multiculturalismo che, proposto principalmente nelle due versioni francese e inglese - l’una all’insegna dell’egalitarismo laico, l’altra del mantenimento delle proprie consuetudini - si è purtroppo arenato dopo la presa di coscienza che vi è un elemento di frizione ineliminabile nella società multietnica: una visione politica ben distante da quella europea, che però è stata completamente sottovalutata dai governanti, i quali hanno invece incoraggiato questi due modelli di multiculturalismo a partire dalla seconda metà del Novecento.

In questo senso, Parigi, Londra e Bruxelles hanno sempre rappresentato l’avanguardia e hanno di conseguenza accolto una quota più che rilevante di stranieri: per ragioni coloniali e convinzioni imperialistiche, anzitutto. Visto che proprio nell’assorbimento di territori e popoli assoggettati hanno sempre trovato la giustificazione al loro agire e rinvigorito l’orgoglio nazionale, specie considerato il fatto che tutta la cultura del XIX secolo è stata segnata dalla prospettiva del dominio europeo sugli altri popoli.

Se lo stato è la religione

Tra gli aspetti che sono stati sottovalutati dai governanti di questi paesi, c’è che i territori e le popolazioni che sono stati interessati dalle colonizzazioni e che hanno subito l’imposizione di governi (in)dipendenti secondo il modello degli stati-nazione, in precedenza erano organizzati secondo ben altri schemi socio-politici. Nelle regioni che hanno conosciuto la penetrazione e l’espansione dell’Islam, ad esempio, al vertice del potere c’erano autorità religiose - è il caso dei Califfati nell’area mediorientale - oppure autorità locali frutto di patti tra clan o ancora regni senza confini o strutture statali definite.

Questa eredità è propria dell’Islam politico ancora oggi. Lo hanno ben dimostrato le primavere arabe, che hanno abbattuto dittature e confini non per instaurare la democrazia ma per dare corpo a una visione politica che discende dalla loro storia e che non distingue affatto tra stato e religione.

Un concetto che invece è alla base degli stati moderni europei (come ben chiarisce il concetto “libera chiesa in libero stato” fatto proprio da Cavour). È in questa incomprensione di base che s’inseriscono i fondamentalisti, secondo i quali la legge di dio è superiore a quella degli uomini, e va perciò applicata per risolvere ogni controversia. In chi crede nella parola di Allah, questo crea dei contrasti non trascurabili.

Londra e le corti islamiche

Così, all’interno delle grandi comunità musulmane europee, marginalizzate proprio da quel multiculturalismo che invece pretendeva di assimilarle, e tenute a distanza da leggi incomprensibili e da una burocrazia asfissiante, si è giunti all’autogestione. Il che, tradotto, significa darsi regole diverse per problemi comuni.

Al punto che in molte comunità, come ad esempio quella inglese - Londra ma non soltanto - per risolvere sia le controversie quotidiane sia questioni come l’eredità o il matrimonio, anziché ai tribunali civili si ricorre alle cosiddette “Corti islamiche”, dove in sostanza degli imam autoproclamati regolano la vita dei cittadini e amministrano interi quartieri come un sindaco di paese. Esautorando così uno stato laico, percepito sempre più come distante e inutile, quando non nemico.

Il fallimento della Bruxellisation

Si pensi anche a Bruxelles, porta d’entrata e crocevia del Nord Europa, dove si concentra un terzo degli stranieri presenti sull’intero territorio belga. Qui, anche in omaggio al multiculturalismo, si è dato vita tra le altre cose alla cosiddetta “Bruxellisation”: un progetto architettonico salutato come liberal moderno che doveva creare nuove forme di accoglienza ricostruendo il volto della città e che invece ha dato vita allo stravolgimento di interi quartieri per mano di politici e palazzinari corrotti, che hanno ucciso il sogno di una possibile integrazione tra la società laica occidentale e la comunità musulmana, dopo che questa aveva  eletto a propria dimora il centro città per via dei prezzi contenuti. L’esatto contrario della “gentrificazione”, cioè l'insieme dei cambiamenti urbanistici e socio-culturali di un'area urbana che comportano una sua riqualificazione.

In questo modo, i quartieri centrali di Bruxelles vedono oggi una massiccia presenza straniera - vedi Molenbeek - dove si registrano i tassi di disoccupazione e di criminalità più alti. Al contrario della cintura extraurbana, dove il tenore di vita invece sale moltissimo. Ciò ha introdotto contrasti non indifferenti tra le varie comunità.

Il quartiere della stazione Nord, ad esempio, uno dei centri finanziari della capitale, che è stato quasi completamente ricostruito a partire dagli anni Ottanta, oggi è un immondezzaio: il municipio ha dissennatamente scaricato qui le prostitute legalizzate, costruendo per loro una squallida serie di strade a luci rosse.

Dopo un po’ la zona si è così svalutata che gli immigrati più poveri del comune, costituiti in maggioranza dagli immigrati da colonie francofone (congolesi, marocchini, algerini, tunisini) si sono ritrovati qua, e molti di loro vivono bivaccando intorno ai giardinetti, nelle vie laterali e sotto le arcate della ferrovia. Con intere famiglie musulmane che, per recarsi alle moschee clandestine, sono costrette fare ogni giorno lo slalom tra articoli erotici e i locali peep show disseminati un po’ ovunque.

Le immense banlieue parigine

Infine, Parigi. Dove le fin troppo note banlieue, i sobborghi periferici dimenticati da tutti, sono all’origine delle principali recriminazioni di una parte della comunità, “la racaille” cioè quella dei reietti, che produce rivolte ed è serbatoio di terroristi perché si specchia in una società ancora ben poco amalgamata tra borghesia e classi di censo inferiore.

Dunque, in conclusione, questi fatti dimostrano che, per citare la Treccani, «governare il cambiamento in atto con politiche multiculturali o di tolleranza significa rimanere all’interno di logiche d’inclusione-esclusione». Ciò significa che, se affrontiamo la questione delle nuove soggettività ghettizzandole come persone che sono o non sono “come noi”, ad avere la meglio sarà quel fondamentalismo islamico che spinge per uno scontro civile alla fine del quale l’Islam politico emergerà come istituto dominante in Europa.

La questione si fa persino statistica demografica. I musulmani in Europa sono oggi circa 60 milioni e costituiscono il 7% della popolazione del nostro continente e arriveranno all’8% in meno di quindici anni. Dove vi è maggior concentrazione di questo tipo d’immigrazione, corrispondono maggiori contrasti con gli stili di vita e le politiche precedentemente in uso. Non è una colpa, ma una considerazione oggettiva.

Quando questi contrasti seguono difficoltà economiche (vedi la crisi del 2008) e sono alimentati da un’abile propaganda - come appunto quella dei fondamentalisti islamici - ecco che il terrorismo emerge come spia d’allarme di un malessere che, tuttavia, non riguarda soltanto l’Islam ma l’intera società.

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