Redazione

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La regione degli altipiani della Papua Nuova Guinea, l'isola dell'Oceania a sud-ovest del Pacifico, domenica 25 febbraio è stata sconvolta da un terremoto di magnitudo 7.5. La conta delle vittime si fa sempre più pesante.

Man mano che i soccorritori riescono a raggiungere le aree montuose, il bilancio si fa più tragico di quanto si pensasse all'inizio. Si parla finora di oltre 100 morti e centinaia di feriti. 

Dopo il maxi sisma si sono susseguite decine di scosse di assestamento, anche di 6 gradi, con gravi danni alla rete telefonica e a quella elettrica e alle strade del Paese. Distrutti interi villaggi e infrastrutture, centinaia di frane hanno bloccato le strade nel terreno montagnoso e inquinato i fiumi che i locali usano per bere. Devastati gli orti di centinaia di migliaia di persone.

A una settimana dal primo sisma, gli sforzi di soccorso incontrano ostacoli logistici a causa della lontananza delle regioni colpite e diverse agenzie di aiuti si preparano a consegnare gli aiuti per via aerea.
Ad aggravare la crisi, la necessità di disattivare il più grande progetto di sviluppo del Paese, il progetto di estrazione di gas liquido operato dal colosso Usa ExxonMobil, danneggiato dal sisma. 

Una regione "abituata" ai terremoti

Papua Nuova Guinea sorge sull'"anello di fuoco" del Pacifico, un punto caldo di attività sismica a causa della frizione fra piastre tettoniche. Qui i terremoti sono frequenti.

Nel 1998 parte della costa settentrionale fu devastata da uno tsunami, generato da un terremoto di magnitudo 7. Allora morirono ben 2200 persone.

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