Papa Francesco in Myanmar: le parole che tutti aspettano

Nessun discorso per Bergoglio nel primo giorno di viaggio nell'ex Birmania tra i militari e un divieto: non pronunciare il nome Rohingya

Papa Francesco

Folla con t-shirts commemorative per salutare l'arrivo del Papa a Yangon, 27 novembre 2017 – Credits: Roberto Schmidt/AFP/Getty Images

Orazio La Rocca

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Nessun discorso in pubblico e doppio cambio di programma, con il primo incontro in arcivescovado col capo della giunta militare della ex Birmania, oggi Myanmar, e lo slittamento ad oggi del colloqui col premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. E, soprattutto, divieto assoluto di pronunciare la parola Rohingya, il nome della minoranza musulmana che per i birmani non “esiste”.

È, in sostanza, la estrema sintesi del primo giorno del viaggio in Myanmar di papa Francesco, che proseguirà fino al 2 dicembre in Bangladesh. Una visita tra le più difficili compiute da papa Bergoglio, che – consigliato insistentemente anche da vescovi e cardinali birmani – almeno per la prima giornata del viaggio ha dovuto prendere atto che parlare in pubblico dei Rohingya può essere “pericoloso” per i diretti interessati, già costretti a vivere ai margini della società birmana, perseguitati, oppressi, come del resto capita da anni anche alle minoranze cristiane come i Kachin (al nord del Paese), i Chin (ad Ovest) e i Naga (al confine con l'India).

 

Ma – conoscendo l'indole gesuitica del Pontefice – appare impossibile immaginare che per tutta la durata del pellegrinaggio egli si possa dimenticare di alzare la sua voce in difesa delle popolazioni oppresse, al di là di appartenenze religiose ed etniche. Va ricordato che il dramma dei Rohingya il Papa lo ha già sollevato nei mesi scorsi lanciando dal Vaticano un forte appello il loro difesa

Se in Myanmar per motivi di opportunità non ne parlerà fino a domani (ma tutto può succedere con Bergoglio), è certo che le “piaghe” delle minoranze oppresse birmane, a partire dai musulmani “fantasma”, saranno denunciate dal pontefice durante la sosta a Dacca, in Bangladesh, in programma per giovedì prossimo quando – hanno assicurato dall'eutourage pontificio – Francesco riceverà proprio una delegazione dei Rohingya.

Il capo dell'esercito

Pur accolto con tutti gli onori all'aeroporto di Yangon, capitale del Myanmar da una delegazione governativa e da centinaia di bambini festanti, la prima giornata birmana del pontefice è stata piuttosto complicata e piena di imprevisti diplomatici. Il primo incontro dopo l'arrivo è stato infatti con il capo dell'esercito e altri dignitari della nomenclatura militare, guidati dal generale Min Aung Hlaing, comandante in capo dell'Esercito, che ha governato per anni con pugno di ferro l'ex Birmania.

Militari che Francesco avrebbe dovuto incontrare al termine della visita, la mattina del 30 novembre. Il Papa, secondo programma avrebbe dovuto vedere prima la leader del paese, tenuta a lungo agli arresti domiciliari dalla Giunta militare, Aung San Suu Kyi, ma ora leader e volto democratico del Paese, costretta a convivere con i militari ricoprendo la carica di "Consigliera di Stato e ministro degli esteri".

Fin dal primo giorno del viaggio, il Papa si è imbattuto nelle contraddizioni birmane. Nell'incontro di oggi, ha spiegato infatti il portavoce della Santa Sede, Greg Burke, "si è parlato della grande responsabilità delle autorità del paese in questo momento di transizione".

Dunque Francesco che si aspettava un solo generale se ne è trovati davanti ben 5 compreso uno incaricato di verbalizzare l'incontro che era previsto come "privato". Presente al colloquio anche un sacerdote della Chiesa del Myanmar in qualità di traduttore.

La parola vietata: Rohingya

Al di là dei convenevoli, è un fatto che nel suo primo giorno in Myanmar, Francesco non ha pronunciato – “O gli è stato impedito per opportunità politiche?”, si chiedono Oltetevere - nessun discorso.

Chi invece ha parlato molto è il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, che già nei giorni scorsi aveva consigliato al Papa di non parlare dei Rohingya, perchè “se usi questa parola Rohingya - ha ribadito - vuol dire che sposi completamente la loro causa. Anche se io ho cercato di spiegare che se dovesse usare quella parola questo non vuol dire che il Papa vuole interferire nella politica interna birmana ma semplicemente lo fa per una particolare simpatia verso queste persone che stanno soffrendo. Potrebbe farlo ma solo per indicare di chi stiamo parlando".

Bo ha parlato esplicitamente "della questione di quelli che si autodefiniscono Rohingya: 500 mila persone che sono fuggite in Bangladesh. C'è stata qui un escalation delle violenze quando i guerriglieri dei Rohingya hanno attaccato 30 autobus della polizia e da allora il governo ha risposto con durezza e in modo molto violento".

Perché è importante

La visita di Francesco si inserisce dunque in un contesto assai difficile. La prudenza quindi è d'obbligo. Ma il viaggio non è finito. "Il Papa - ha osservato ancora l'arcivescovo di Yangon -, incontra un Paese molto complesso. Anche il governo, i militari, sono tutti emozionati per la visita. Tutti qui in Myanmar hanno grandi attese da questo viaggio del Papa. La visita e' molto importante soprattutto per la situazione attuale qui in Myanmar. Il Papa infatti incontrera' i leader delle altre religioni, e' previsto un colloquio di circa un'ora con monaci buddisti e anche autorità musulmane" e il fatto che il Pontefice incontri "tutti i leader religiosi, tutte le autorità, questo è un punto di sintesi e di partenza per la democrazia".

Aung San Suu Kyi, ha concluso il cardinale Bo, è "il punto di riferimento del governo civile. La Comunità internazionale non riesce a comprendere il fatto che il suo ruolo politico e giuridico è molto limitato. Il Papa la incontrerà, come farà con tutte le altre autorità. So che in molti la hanno criticata sulla questione Rohingya ma chi lo fa non si rende conto che i suoi poteri sono molto limitati perchè ci sono i militari".           

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