Esteri

Palmira, i civili dimenticati

La protesta delle “vittime della liberazione”: Quel che importa è che le rovine siano salve, la popolazione può continuare a morire

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Asmae Dachan

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“Finché le rovine saranno salve, la popolazione potrà continuare a morire”. Con queste parole un abitante della città siriana di Tadmor, conosciuta nel mondo come Palmira, ha espresso la protesta della città per denunciare la grave crisi umanitaria che stanno subendo i civili di questo celeberrimo luogo.

Da quando gli uomini dell’Isis presero il controllo della zona, nel maggio 2015, compiendo esecuzioni sommarie e uccidendo - tra gli altri, Khaled Al Asaad il custode del sito archeologico - i riflettori sono stati puntati su questo luogo, simbolo della storia e della cultura siriana, nonché straordinaria testimonianza di epoca romana.

In tutto il mondo, anche in Italia, hanno avuto luogo molte iniziative per denunciare lo scempio della distruzione degli antichi templi. L’indignazione è stata unanime.

Su cosa sia successo realmente a Palmira è stato scritto e detto molto, ma, di fatto, oggi solo ai giornalisti filo-governativi e a quelli embedded, al seguito delle milizie di Al Assad o dei suoi alleati russi (che hanno cacciato l'Isis il 27 marzo 2016), viene consentito di entrare nella città.

Ma Palmira non è solo arte e archeologia, ma una città che conta circa 110mila abitanti, sul cui destino in pochi si sono interrogati. Le loro vite, denunciano i civili del posto, sembrano avere un valore inferiore a quello dei monumenti romani.

Una denuncia importante sulle verità taciute di Palmira è stata fatta da un ex uomo di spicco del regime siriana lo scorso febbraio.

Mohamed Qassim, ex procuratore generale di Palmira, riuscito a fuggire dalla Siria dopo essere scampato a un attentato, ha denunciato l’esistenza di un accordo segreto tra il regime siriano e l’Isis, che riguardava proprio il destino di Palmira.

 

In particolare, Qassim ha raccontato che nella città c’erano 18mila uomini del regime e 600 miliziani dell’Isis e che non c’è stato un vero scontro armato con una sconfitta dei primi, ma un ritiro strategico che sacrificava Palmira per salvaguardare i siti petroliferi della zona.

L’attenzione mediatica si è soffermata sui monumenti distrutti dai miliziani di al-Baghdadi, ma i danni subiti dal sito archeologico a causa dei bombardamenti dell’aviazione russa, denunciano i civili del posto, sono ben più gravi.

Per dare voce a questa realtà, ma soprattutto alla crisi umanitaria, è stato creato il comitato “Abitanti di Palmira vittime della loro stessa liberazione”.

In un comunicato diffuso in rete si legge:

“Con la scusa di combattere l’Isis, sono state usate senza pietà armi non convenzionali. Ai civili, negli ultimi mesi, non è stato concesso di fuggire dalla città, né è stata data loro la possibilità di procurarsi cibo o medicinali. Molte abitazioni sono state distrutte dalle bombe di Al Assad e dei suoi alleati, molte altre sono state date alle fiamme dai miliziani dell’Isis per vendetta. Nell’ultimo anno, dei 110mila abitanti della città, circa 30mila sono stati costretti a fuggire e sono riusciti a raggiungere Al Raqqa, 25mila si sono rifugiati a Idlib e altrettanti hanno raggiunto i campi profughi turchi. Oltre 10mila sono stati accolti a Deir Ezzor, 5mila ad Aleppo e altre migliaia nel campo profughi di Al Raqban al confine giordano. Tra gli sfollati e i profughi di Palmira si sono diffuse diverse epidemie a causa della mancanza di acqua potabile e di servizi medico-sanitari di base. I bambini della città sono stati privati del diritto all’istruzione e stanno subendo le conseguenze della malnutrizione”.

Il comunicato si conclude con un appello a tutte le associazioni umanitarie, alla Coalizione nazionale siriana e al governo provvisorio, affinché si impegnino per garantire aiuti umanitari agli abitanti del posto, unendosi al progetto “Palmyra Relief”. L’appello si estende anche agli abitanti delle città limitrofe, perché accolgano con umanità gli sfollati e i bisognosi in fuga.

Palmira come Aleppo, altra città siriana patrimonio mondiale dell’Unesco, è una ferita aperta per tutta l’umanità. Quella stessa umanità che però sembra dimenticare i civili di queste città.

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