Le sanzioni della Russia e le mosse distensive della Turchia

Nei giorni della crisi con Mosca, alla porta di Ankara torna a bussare l’Unione Europea. Ma il tempismo e l’accordo sui migranti non convincono

Turkey Hosts The G20 World Leader's Summit

Antalya, 15 novembre 2015: l'ultima stretta di mano tra Putin ed Erdogan prima dell'abbattimento dell'aereo russo nei cieli della Turchia – Credits: Getty Images

Per Lookout news

A margine della XXI Conferenza sul clima, iniziata il 30 novembre a Parigi, Recep Tayyp Erdogan contava di poter avere un colloquio chiarificatore con il presidente russo Vladimir Putin dopo la crisi diplomatica causata dall’abbattimento di un jet russo da parte di Ankara al confine con la Siria. E invece il presidente turco ha dovuto incassare il no del Cremlino. Difficile credere che le tensioni tra Russia e Turchia rientreranno da qui ai prossimi giorni, almeno stando ai toni assunti dalle parti e, soprattutto, guardando agli ultimi “scambi di cortesie” tra i due Paesi.

In un incontro a Bruxelles con il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, il primo ministro turco Ahmet Davutoglu ha affermato che la Turchia non può scusarsi con la Russia semplicemente perché ha fatto il proprio dovere. Dichiarazione che, ovviamente, non può bastare a Mosca per archiviare il caso. Il Cremlino ha risposto affidandosi utilizzando l’arma delle sanzioni: restrizioni sulle importazioni di prodotti turchi (principalmente frutta e verdura), limiti alle attività economiche condotte dalle società turche in Russia, divieto per i datori di lavoro russi di assumere cittadini turchi a partire dal 2016 e invito alle società calcistiche russe a non tesserare giocatori turchi nel mercato di gennaio.

All’annuncio delle sanzioni si sono aggiunte le dichiarazioni di Putin durante una conferenza stampa nell’ambito della Conferenza sul clima: “Abbiamo tutti i motivi per supporre che la decisione di abbattere l’aereo sia stata dettata dal desiderio di garantire la sicurezza delle via di fornitura illegale del petrolio dell’ISIS al territorio turco”. Parole forti a cui il presidente turco Erdogan ha risposto con parole altrettanto dure. “È immorale accusare la Turchia di comprare il petrolio dall’ISIS – ha specificato – Se ci sono i documenti, devono mostrarli, vediamoli. Se questo viene dimostrato, io non rimarrò nel mio incarico. E lo dico a Putin: lui manterrà il suo incarico?”. 

In una fase così complicata delle relazioni con Mosca, alla porta della Turchia – scossa in questi giorni dall’uccisione a Diyarbakir il 28 novembre dell’avvocato e attivista curdo Tahir Elci – è stata l’Unione Europea. Ma l’improvvisa distensione dei rapporti tra Bruxelles e Ankara, in nome di un intervento comune per fermare le ondate migratorie dal Medio Oriente verso l’Europa, non convince né per le tempistiche scelte né tantomeno per la sostanza.

 

“Convinzione o convenienza?”, scrive da Istanbul Giuseppe Mancini. “Cosa ha spinto di nuovo insieme l’Unione Europea e la Turchia, dopo che le posizioni intransigenti dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy e della cancelliera tedesca Angela Merkel le avevano inesorabilmente allontanate? La domanda da porsi dopo il vertice di Bruxelles di domenica 29 novembre, è proprio questa: i 28 Paesi membri dell’UE pensano sul serio che la Turchia faccia parte del progetto europeo, e sono disposti a lavorare per una sua piena e veloce adesione, oppure cambieranno posizione una volta superata la “crisi immigrazione”?

 

Il 29 novembre si è sostanzialmente deciso che Ankara si attiverà per ridurre il flusso di “immigrati irregolari” e “mettere ordine” a quello dei rifugiati verso l’Europa, anche grazie all’applicazione dell’accordo di riammissione finalizzato al ritorno degli immigrati nei loro Paesi di origine, da perfezionare entro il 2016. In cambio il governo turco ha ricevuto, come si legge nel comunicato ufficiale:

 - 3 miliardi di euro (“iniziali”), da destinare soprattutto all’accoglienza – e all’inserimento socio-economico – dei siriani in Turchia (in sostanza, incentivi affinché in questa fase restino dove si trovano), oltre che alla lotta contro gli scafisti;

 - l’istituzione di un summit UE-Turchia due volte all’anno;

 - l’apertura, già il 14 dicembre, del capitolo negoziale n. 17 (politiche economiche e monetarie) e l’inizio del lavoro preparatorio per l’apertura di altri capitoli;

 - l’eliminazione dei visti per i cittadini turchi a partire dall’ottobre del 2016, in subordine al perfezionamento degli accordi di riammissione;

 - l’istituzionalizzazione di meccanismi di dialogo euro-turchi sui rapporti economici ed energetici;

 - l’apertura di negoziati formali per la revisione dell’Unione doganale.

 Sulla carta, quella del 29 novembre può essere definita una giornata davvero storica per i rapporti tra Turchia e UE. Ma quanta convinzione e quanta convenienza c’è da parte europea? Come si può pensare, soprattutto, che la Turchia venga ammessa nell’Unione quando l’opinione pubblica di molti Stati membri - Italia compresa – dimostra ostilità? Forse è proprio questo uno dei temi che andrebbero seriamente affrontati in modo prioritario: come far sì che ai cittadini europei arrivino sulla Turchia informazioni ragionevoli e attendibili, affinché possano compiere scelte consapevoli e non isteriche”.

© Riproduzione Riservata

Commenti