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Omicidio Regeni: gli attivisti egiziani accusano i magistrati del Cairo

Forti dubbi sulla volontà dei pm di trovare la verità espressi a La Repubblica dal presidente di una ong per i diritti civili

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Redazione

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Parlando al quotidiano La Repubblica, non ha usato giri di parole l'attivista per i diritti civili Mohammed Lotfy, responsabile della ong "Egyptian commission for rights and freedoms", che sta aiutando i legali della famiglia di Giulio Regeni nella ricerca della verità sul suo assassinio: "Credo che per capire quanto è accaduto a Giulio, e quanto accaduto in queste cinque settimane di indagine al Cairo, sia necessario tener presente due verità", ha dichiarato Lotfy. "Una riguarda il rapporto di sudditanza tra le procure e gli organi della polizia e della sicurezza nazionale. Un'altra i numeri delle persone illegalmente scomparse tra l'agosto del 2015 e oggi". Che secondo i dati censiti dalla ong sono stati ben 340 tra il 1° agosto e il 30 novembre 2015, di cui "a marzo 2016 più di 100 risultano ancora scomparsi".

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Una verità impossibile?
Quindi, dopo aver sottolineato come "i pubblici ministeri in Egitto fanno lavoro di scrivania", Mohammed Lotfy si è dichiarato del tutto scettico sulla possibilità che le forze di sicurezza egiziane compiano fino in fondo il loro dovere, "poiché stiamo parlando di un caso in cui la polizia per cercare la verità dovrebbe indagare su se stessa... I pm del Cairo, e in particolare la procura di Giza, sono non solo normalmente riluttanti a incriminare appartenenti alle forze di polizia o di apparati della sicurezza, ma la prassi vuole che ne siano complici in tutti i casi in cui è necessario coprire e dare legittimità legale a casi di sparizione". 

Un'indagine piena di contraddizioni
Le accuse dell'attivista trovano al momento conferma nei continui depistaggi che arrivano dall'Egitto, con la versione dell'andamento dei fatti che cambia ogni giorno, e nella mancanza di una vera collaborazione da parte delle autorità egiziane con gli investigatori italiani del Ros e dello Sco, che da ormai un mese stanno operando al Cairo senza aver ancora ricevuto l'intero fascicolo delle indagini. 

Uno scetticismo, quello italiano, alimentato anche dalle recenti dichiarazioni del procuratore aggiunto di Giza, Hassam Nassar, secondo il quale Giulio Regeni sarebbe morto "non più tardi delle 24 ore precedenti il ritrovamento del suo corpo, la mattina del 3 febbraio" (ovvero "in un lasso di tempo compreso tra il 2 e il 3 del mese"), con le violenze "inflitte tra le 10 e le 14 ore precedenti la sua morte". Supposizioni completamente discordanti da quelle cui sono giunti gli esperti con l'esame svolto in Italia, secondo i quali la morte del ricercatore risalirebbe al 30-31 gennaio, dunque almeno 2 giorni prima alla data indicata dalle autorità del Cairo.

E non è tutto. Perché tra gli elementi "sospetti" c'è anche il fatto che solo ora l'Egitto ha fatto sapere che l'ultima cella agganciata dal telefonino di Regeni pochi minuti prima delle ore 20 del giorno 25 gennaio non è quella che copre la sua abitazione (come le stesse autorità del Cairo avevano invece sempre sostenuto), ma una che impegna il ripetitore della stazione della metropolitana di El Bothoot, quella da dove Giulio avrebbe dovuto prendere il treno per raggiungere il suo amico nei pressi di piazza Tahir.

Perché solo ora è emerso questo particolare, nonostante i tabulati fossero da tempo a disposizione delle autorità egiziane? Il sospetto di chi indaga sul fronte italiano è che l'elemento sia stato reso noto solo nel momento in cui i filmati delle telecamere della stazione della metro non erano più recuperabili, perché si sono autocancellati, impedendo così di poter avere qualche traccia in più sulle persone che hanno avvicinato e quindi sequestrato Regeni....

L'impegno della politica italiana 
Malgrado l'oggettiva difficoltà di arrivare alla verità, l'Italia farà di tutto per fare piena luce sull'omicidio di Giulio Regeni: questo quanto ha assicurato Sergio Mattarella a Paola e Claudio Regeni, i genitori del ricercatore ricevuti al Quirinale dal presidente della Repubblica, che ha anche detto loro che il nostro Paese non accetterà mai verità di comodo o, peggio ancora, che le torture e le sevizie subite da Giulio rimangano senza un colpevole. L'incontro con Mattarella è stato poi seguito da quello con il premier Matteo Renzi.

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