Esteri

Obama, leader "svogliato" in guerra

Nel discorso all'Onu il presidente chiede l'aiuto del mondo per non esporsi troppo in prima persona. Basterà?

Barack-obama

Mattia Ferraresi

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Nel discorso all’assemblea generale dell’Onu, Barack Obama ha selezionato espressioni inusuali per caratterizzare lo Stato islamico e le sue terribili gesta. E’ affiorato il conradiano “cuore di tenebra”, ha parlato di una “visione da incubo”, ha ridichiarato guerra al “network di morte” che “capisce soltanto il linguaggio della forza”, una fraseologia evocativa più che descrittiva adatta a suscitare nei rappresentanti delle intenzioni nobili del mondo l’idea che in fondo quello contro il Califfato è un conflitto fra il bene e il male.

Non è una guerra geostrategica né l’ennesimo intervento del poliziotto globale per sedare una turbolenza e ristabilire lo status quo: questo è il senso più alto del messaggio obamiano. Il senso più prosaico è appena ovvio: se la natura di questo male è apocalittica, ha a che fare con una visione del mondo tragicamente distorta e violenta, il compito di curarlo ricade automaticamente su tutte le nazioni che immaginano un futuro diverso da quello prospettato dalle bandiere nere dell’Isis, non soltanto sull’America o sull’occidente.

Se c’è un aspetto inequivocabile nell’atteggiamento della Casa Bianca sui bombardamenti aerei in Iraq e Siria è la disperata ricerca della legittimazione attraverso l’iniziativa multilaterale. Il che permette al presidente di promettere a un’America stanca di costose guerre oltremare e allo stesso tempo terrorizzata dal “cuore di tenebra” che non manderà “boots on the ground”. I soldati sul campo serviranno per raggiungere l’obiettivo militare, ma saranno “gli stivali di qualcun altro”, come ha detto l’ex primo ministro inglese Tony Blair elogiando la strategia di Obama. Proprio domani il parlamento inglese metterà ai voti la partecipazione attiva ai bombardamenti.

“Bisogna fare una scelta”, ha detto ai delegati delle 193 nazioni presenti, e l’America questa scelta l’ha già fatta: “Ha scelto la speranza invece della paura”. E così accanto al registro ideale, profondo, è apparso il calcolo del presidente che non può permettersi l’impantanamento nelle sabbie mobili da cui aveva appena tirato fuori i suoi soldati. Perché poi, in fondo, “il compito di rifiutare il settarismo e l’estremismo è un compito generazionale che spetta agli stessi popoli del medio oriente” e l’America si impegna a facilitare il processo, quando è necessario anche con l’uso della forza, ma non può fare tutto.

Al presidente serviva mettere sul tavolo delle Nazioni unite la sua leadership, il suo impegno fattivo, per potere più efficacemente intraprendere l’ampia opera di persuasione degli alleati. Del resto, non è un caso se i bombardamenti in Siria – quelli che hanno mostrato l’Obama più duro e decisionista – sono iniziati in parallelo con l’apertura della settimana onusiana. Certamente la Casa Bianca considera un buon risultato la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che limita severamente i movimenti dei sospetti terroristi che vogliono arruolarsi nel jihad, ma spesso nei documenti del Palazzo di Vetro ci sono postille scritte in caratteri minuscoli che invalidano o depotenziano il contenuto dei provvedimenti. In questo caso, il fatto che il Consiglio di sicurezza non abbia una definizione condivisa di “terrorismo” non aiuta. Quindi si torna alla logica della coalizione dei volenterosi, questa volta guidata dallo svogliato Obama.

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