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Nigeria al voto: la posta in palio

Il 28 marzo nigeriani alle urne: Muhammadu Buhari, espressione dei musulmani del nord, prova a sorprendere l’uscente Goodluck Jonathan

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L'ex presidente uscente Johnatan con il neopresidente nigeriano Buhari – Credits: GETTY

di Marta Pranzetti per Lookout news


Dopo la nigeriana Diezani Alison-Madueke, prima presidente donna dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) dal novembre 2014, in Nigeria è un altro nome ad attirare l’attenzione mediatica internazionale. È quello di Remi Sonaiya, unica candidata donna alle presidenziali nigeriane di sabato 28 marzo. Cristiana, originaria di Ibadan (Stato di Oyo, nel sud-ovest del Paese), professoressa in lingue e linguistica, è la candidata del partito KOWA, nato nel 2009 da un’associazione di attivisti della società civile formata da professionisti, intellettuali e tecnocrati che si battono contro l’ingiustizia sociale ed economica, la corruzione e le disuguaglianze tra il nord e il sud del Paese.

 

Con i suoi 15mila membri, il partito di Sonaiya non ha molte chance rispetto alle formazioni che sostengono la corsa alla presidenza dell’uscente Goodluck Jonathan, il People Democratic Party (PDP, al potere dal 1999), o del suo rivale Muhammadu Buhari, appoggiato dall’All Progressives Congress, (APC), coalizione che riunisce le quattro maggiori forze di opposizione, vale a dire Action Congress of Nigeria, Congress for Progressive Change, All Nigeria Peoples Party e All Progressives Grand Alliance. Dei 14 candidati ammessi dalla Commissione elettorale nigeriana (INEC), Sonaiya rappresenta l’alternativa “popolare”. Una candidata che non dispone dei finanziamenti del partito del presidente Johathan, e che per tale motivo ha gestito la sua campagna elettorale raggiungendo diverse città della Nigeria in economy come un comune cittadino.

 

La sua “normalità” rappresenta al tempo stesso il suo punto di forza e la sua condanna alla sconfitta. Sonaiya si contraddistingue per il fatto di rappresentare dal basso il popolo nigeriano, il che fa di lei l’unica speranza di ripristinare la perduta fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato. Ma, come scrive in un’analisi Fisayo Soyombo, direttore del quotidiano nigeriano The Cable, “in Nigeria non vincono i candidati ordinari; più che la volontà del popolo è la volontà delle élite al potere che determina il vincitore alle urne”. Spiegazione realistica, che esclude Sonaiya quasi automaticamente dai giochi.

"Boko Haram non ha scampo"

 

La sfida tra Jonathan e Buhari
Il voto di domani si preannuncia pertanto un duello tra i due principali candidati rivali, Jonathan e Buhari: l’uno espressione delle lobby di potere, cristiano e rappresentante del sud che da sempre giova degli introiti derivati dalle ricche esportazioni petrolifere; l’altro candidato di un’opposizione allargata, musulmano e forte del sostegno del nord povero e abbandonato dal governo centrale di Abuja. Resta da verificare il recente annuncio di una possibile squalifica di Muhammadu Buhari che potrebbe giungere nel post-elezioni. L’accusa nei suoi confronti è di aver falsificato documenti per la deposizione della sua candidatura. Ma la sentenza sulla validità della sua candidatura è stata rimandata a metà aprile.

 

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La partecipazione delle donne

Secondo gli ultimi dati forniti dalla commissione elettorale sono 68.833.476 i nigeriani che potranno recarsi alle urne. Le donne aventi diritto sono 32.718.943 e in generale costituiscono quasi la metà della popolazione. Alle elezioni del 2003 furono due le donne candidate a presidente. Inoltre, sono due i ministri donne nell’attuale governo (Ngozi Okonjo-Iweala alle Finanze e Diezani Alison-Madueke al Petrolio) e altre ricoprono ruoli di vertice in enti molto influenti (ad esempio (Arunma Oteh Headed, a capo della Commissione anti-corruzione).

 

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I problemi della Nigeria

Dunque l’emergenza in questo Paese, spaccato a metà tra il nord a maggioranza musulmana e il sud a maggioranza cristiana, non riguarda tanto l’accesso delle donne alla vita politica e agli incarichi pubblici. Il vero problema rimanda piuttosto alla campagna del terrore del gruppo islamista Boko Haram e all’evidente incapacità del governo centrale di saper garantire sicurezza e stabilità economica alla Nigeria.

 In questo scenario domani i nigeriani si recheranno alle urne dopo che il voto, inizialmente previsto per il 14 febbraio, è stato posticipato per garantire l’agibilità dei seggi negli Stati del nord in cui è più capillare la presenza dei miliziani islamisti. Almeno 360mila uomini, tra soldati e agenti di polizia, e 2mila mezzi sono stati dispiegati dal governo. Mentre dal 25 marzo al giorno del voto i confini nazionali resteranno chiusi. Il tragico ricordo delle elezioni del 2011, le più violente nella storia della Nigeria (800 morti in 3 giorni e 65mila sfollati), d’altronde è ancora vivo. E la minaccia di Boko Haram, che proprio il 25 marzo ha compiuto l’ennesimo disumano sequestro di massa (oltre 400 persone rapite tra donne e bambini nella città di Damasak e almeno 50 morti) non può che preoccupare la popolazione.

 

Nonostante siano in pochi in Nigeria ad augurarsi la rielezione di Jonathan, è più probabile che una figura del suo calibro ottenga alla fine i voti necessari per aggiudicarsi un nuovo mandato. A Sonaya, da sempre impegnata in cause giuste, non resterà che la consolazione di aver fatto tutto ciò che le era possibile per dare un futuro diverso a questo Paese.

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