Luciano Tirinnanzi

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Nigeria, Gambia, Somalia. Sono solo alcuni dei paesi di provenienza delle decine di migliaia di migranti che ogni anno affollano le coste libiche, turche, siriane, per tentare il grande salto in Europa. La questione, come noto, è annosa e apparentemente senza una soluzione. In occasione della guerra civile siriana del 2011, e particolarmente nel 2014 e 2015, quando questa ferita si è acuita, l’afflusso dei migranti si è rivelato senza controllo.

La comunità europea tuttora arranca nel trovare un indirizzo comune tra i paesi membri per sostenere questa battaglia contro il tempo, che tingendosi d’ideologia - tra spinte solidaristiche verso l’accoglienza e rigurgiti di fiera contrarietà - affossa ogni credibilità dell’Unione Europea in materia di politiche migratorie.

I precedenti tentativi unilaterali per tentare di frenare gli approdi dei famigerati barconi, come ad esempio quello in Libia stipulato tra il governo italiano e il colonnello Gheddafi, si risolse sì con un minor afflusso di migranti. Ma a ciò corrispose una brutale repressione nei confronti di chi, partito dal Sahel, dal Centrafrica o da ancora più lontano, una volta arrivato nell’estuario delle grandi partenze per il nord del mondo venne fatto schiavo o, peggio, disperso nel deserto.

La dittatura di Gheddafi era solo uno dei problemi dell’Africa con cui i migranti si trovarono a confrontarsi. Oggi non è molto diverso e, anzi, la situazione appare peggiore. Chi intraprende un viaggio dalla Nigeria per arrivare in Italia, ad esempio, ha già visto con i propri occhi la furia omicida di Boko Haram, il gruppo islamista attivo nel nord del paese che, affiliato allo Stato Islamico, punta a fondare un Califfato nella regione del Borno. Solo nel 2014, per dire, la furia di Boko Haram ha portato all’uccisione di più di 2mila persone e allo sfollamento di un altro milione e mezzo di civili.

Nigeria

Eppure, statistiche alla mano, la Nigeria è una delle nazioni più popolose della Terra, tra le prime economie del continente africano. Gli idrocarburi contribuiscono per il 15% del pil nazionale - la Nigeria è tra i primi dieci Paesi al mondo per produzione di petrolio - e per il resto conta sul terziario. La telefonia mobile, ad esempio, con 129 milioni di linee attive e dieci operatori telefonici, contribuisce insieme a un’importante industria cinematografica (nota come Nollywood, sic!) alla crescita del prodotto interno lordo nazionale. 

Certo, tutto questo significa ben poco per i suoi 177 milioni di abitanti, o perlomeno per i 110 milioni di nigeriani che vivono con meno di un dollaro e 25 centesimi al giorno. Perché il grande problema di questa nazione, a ben vedere, è la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Complice di questa disparità è la minoranza cristiana che vive nel sud del Paese, dove sono presenti i principali giacimenti: nelle loro mani è infatti concentrata gran parte dei proventi del petrolio.

L’equazione è pertanto semplice: sud-petrolio-ricchezza-corruzione-cristiani da una parte; nord-miseria-musulmani dall’altra. Ecco perché Boko Haram colpisce con tale violenza i cristiani e punta a rovesciare il paese. Solo risolvendo questa equazione si potrebbero sedare i fondamentalismi e frenare le migrazioni.


 

Gambia

Il Gambia non è da meno. Da quando il referendum del 1970 ha trasformato questa striscia di terra che si espande lungo il fiume omonimo in una repubblica presidenziale, il paese ha conosciuto un lungo periodo d’instabilità, iniziato con un primo golpe nel 1981 cui è seguito un secondo nel 1994, guidato dal colonnello Yahya Jammeh. Abolita la Costituzione, Jammeh si è fatto eleggere presidente nel 1996 e da allora continua a vincere le elezioni, nonostante le sporadiche manifestazioni di protesta da parte dell’opposizione e vari tentativi di colpi di stato, come nel 2006 e nel 2014, repressi duramente.

Nonostante abbia meno di 2 milioni di abitanti, il Gambia si attesta come il terzo dei paesi da cui proviene chi cerca di entrare in Europa attraverso il Mediterraneo. Nel 2015 solo in Italia sono stati 8.556 i rifugiati, il 386% in più dell’anno precedente (quando se ne sono contati 1.760), facendo balzare il Gambia al primo posto dei richiedenti asilo nel nostro paese: 1.639 richieste dal Gambia, 1.220 dalla Nigeria.

Pur essendo una repubblica islamica, il paese non è particolarmente fertile all’estremismo islamico e il rischio terrorismo è piuttosto basso, ma attraverso il bacino del fiume Gambia vengono trafficati esseri umani, armi, sigarette, rifiuti tossici, medicinali contraffatti, petrolio e altre risorse naturali come legnami rari e diamanti. Sono però le torture, i desaparecidos, e le condanne a morte sommarie a fare di questo posto un inferno in terra per chi si oppone al potere del bizzarro presidente Jammeh, che da oltre vent’anni tiranneggia e brutalizza la popolazione. Tanto per dire, uno dei più singolari reati introdotti di recente nel codice penale prevede pene severissime anche per chi si è reso “irreperibile alle autorità”.

 

 Somalia

Nella classifica dei flussi migratori più cospicui figura anche la Somalia. A quattro anni dalla terribile carestia che uccise più di 250mila persone e a più di vent’anni dallo scoppio della guerra civile ancora in corso, la Somalia è di fatto uno Stato fallito, ostaggio dell’insurrezione islamista degli Al Shabaab, delle rivalità tribali e - non ultimo - della pirateria al largo del Corno d’Africa. Tutti fattori che rendono dannatamente instabile il paese e ostacolano una crescita economica, oltre a rappresentare una minaccia per gli interessi geopolitici e geostrategici dell’Occidente, considerata la posizione cruciale allo sbocco del mar rosso.

I terroristi di Al Shabaab, dopo l’affiliazione ufficiale ad Al Qaeda sancita nel febbraio del 2012 hanno compiuto azioni eclatanti non solo in Somalia ma anche in Uganda, Etiopia e Kenya. Oggi Al Shabaab è un fenomeno più contenuto: costretto ad abbandonare Mogadiscio e il porto strategico di Kismayo, il gruppo islamista rimane tuttavia una spina nel fianco per l’intero Corno d’Africa.

Una minaccia che nemmeno le migliaia di soldati inviati dall’Unione Africana a sostegno della missione AMISOM (African Union Mission in Somalia) sono state finora in grado di annientare. Infatti, i qaedisti controllano ancora il porto di Merca, a 70 chilometri a sud-ovest della capitale Mogadiscio, e potendo contare sui “colleghi” yemeniti che operano nel porto di Mukallah, possono oggi continuare a mettere le mani sui numerosi traffici illegali di merci, droga e armi che transitano per il Golfo di Aden.

Inoltre, la spaccatura tra Somaliland, de facto regione indipendente nel nord del paese, il Puntland e il Galmudug rispetto al governo centrale di Mogadiscio, rendono un incubo la gestione amministrativa e il controllo territoriale di questa regione, parcellizzata e sotto ricatto continuo degli umori politici delle varie entità tribali, che affidano spesso a gruppi di miliziani e soldataglie para-statali l’esercizio del potere.

 La Somalia è pertanto poco più che un’unione federale, nonché uno dei paesi più poveri del mondo che dipende quasi totalmente dagli aiuti umanitari, il cui flusso costante però è compromesso dall’insicurezza generale. Le prospettive di crescita futura dipenderanno molto dalla stabilizzazione del paese, soprattutto nelle aree centrali e meridionali, oggi sotto l’influenza delle corti islamiche.

 Conclusioni

Da questa disamina, si capisce allora come e perché questi paesi offrano sempre più spesso alle rispettive popolazioni la sola alternativa d’intraprendere un lungo viaggio verso il nord del pianeta piuttosto che continuare a vivere sotto il giogo di odi, fanatismi religiosi e faide settarie, che fanno della brutalità, della sottomissione e dell’insofferenza alle leggi degli stati laici, la sola via d’uscita per controllo territoriale. L’aspetto socio-economico, ancor prima che politico, è dunque il vero male oscuro che affligge il continente africano.


 

 

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