Lapidi e milioni: l'assurda guerra del clan Mandela

In gioco ci sono i milioni della fondazione di Madiba e il luogo di sepoltura, sicura meta di pellegrinaggi

Cartoline con messaggi d'auguri per Nelson Mandela (Ansa/Nick Bothma)

"Benvenuti allo Zoo Mandela»: nelle 11 lingue sudafricane, si esprime così il disgusto per la squallida guerra sull’eredità di Nelson Mandela che si consuma all’interno della sua famiglia. Altro che l’inopportuno reality show di cui, mesi fa, furono protagoniste tra feroci polemiche due delle pronipoti, Swati e Zaziwe. Questa è triste realtà: l’ultimo capitolo della più tragica delle soap opera è la battaglia sul luogo di sepoltura di Mandela, mentre è ancora in gravi condizioni in ospedale.

«Sono tutti interessati solo ai soldi» ha detto il nipote Mandla dopo aver perso in tribunale. Due anni fa Mandla aveva trafugato le spoglie dei tre figli di Mandela, portandole da Qunu, dove si trova la residenza storica del primo presidente nero del Sud Africa, al villaggio di Mvezo. Lì Mandla, 38 anni, primo maschio in linea diretta e quindi erede naturale, è capo tradizionale della comunità xhosa. Avere sul proprio territorio la tomba di Nelson Mandela e dei suoi figli significa prestigio e, soprattutto, tanti soldi. Quel monumento sarà meta di pellegrinaggio continuo quanto e più della prigione di Robben Island a Città del Capo. Non a caso a Mvezo, piccolo agglomerato di case aggrappate alla sabbia rossa, Mandla sta costruendo infrastrutture imponenti e un resort di lusso di sua proprietà. Tutto con finanziamenti pubblici.

Contro Mandla si è schierata tutta la famiglia, di solito divisa fra i discendenti del primo matrimonio e quelli del secondo con Winnie. Mandla per ora ha perso la battaglia e forse il titolo di successore, ma chissà cosa potrebbe cambiare adesso che si è saputo che la zia Makaziwe era a conoscenza del trafugamento dei resti e che addirittura gli aveva chiesto di portare le spoglie dei fratelli nella sua proprietà. In quest’assurda faida legale la pagina peggiore è quella scritta dall’avvocato dei Mandela, che ha tentato di ottenere una sentenza rapida ai danni di Mandla, mentendo sulle condizioni di salute dell’ex presidente. Nell’affidavit presentato al tribunale ha parlato di «stato vegetativo» di Mandela, vivo solo perché attaccato a una macchina prossima a essere spenta. La notizia è stata smentita in poche ore dal governo.

Contro Mandla si sono coalizzate le due sorellastre Makaziwe e Zenani: non certo spinte dall’amore per il comune padre, ma dal desiderio di vendetta nei confronti del nipote, che non le ha appoggiate in un’altra disputa. Le due donne puntano a mettere le mani sui milioni di euro della fondazione Mandela per ora gestiti da
George Bizos, avvocato e compagno di lotta all’apartheid. Non che i discendenti di Mandela non facciano già affari sfruttando la parentela. Se Zenani è ambasciatrice del Sud Africa in Argentina, Makaziwe produce il vino Madiba. Poi ci sono la linea fashion Lwtf: Long walk to freedom (il titolo dell’autobiografia
di Mandela). E soprattutto gli investimenti immobiliari, le poltrone da dirigenti in società minerarie o concessionarie di importanti appalti pubblici.

Determinare la ricchezza dei Mandela è impossibile, ma si parla di almeno 200 società a loro riconducibili e di 24 trust che gestiscono il loro patrimonio. Sono stime in mano agli addetti ai lavori, non trasmesse dalla tv pubblica, unica fonte di informazione nelle baracche delle township, dove l’amore per Mandela rimane, genuino e incondizionato.

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