Esteri

Nave da guerra USA vicino alle isole Spratly

Cacciatorpediniere americano a 12 miglia nautiche dalle isole rivendicate da Pechino. Sale la tensione nel Mar Cinese Meridionale

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Una nave da guerra americana – Credits: NOEL CHELIS/AFP/GETTY

Gli Stati Uniti tornano ad agitare le acque del Mar della Cina Meridionale inviando una nave da guerra a 12 miglia nautiche dalle isole artificiali Spratly rivendicate da Pechino. Un funzionario del Dipartimento della Difesa, citato dalla stampa americana, ha sottolineato che gli USA non hanno avvertito la Cina di questa manovra, spiegando che “non è necessario consultare nessuno quando si esercita il diritto della libera navigazione in acque internazionali”. Il Pentagono ha sfruttato il precedente delle cinque navi da guerra cinesi che a settembre passarono a largo dell’Alaska all’interno delle acque territoriali Usa, ricorrendo al principio della libertà di navigazione.

 Immediata la reazione del governo cinese che attraverso il suo ministro degli Esteri, Wang Yi, ha puntato il dito contro gli Stati Uniti intimandogli di non “creare problemi dal nulla” in questo tratto di mare.

La storia della contesa
Restano agitate le acque attorno alle Isole Spratly, arcipelago del Mar Cinese Meridionale dove da settimane è in corso una serrata sfida di nervi tra Pechino e Washington. A lanciare l’ultima frecciata è stato il segretario americano alla Difesa Ashton Carter, in questi giorni in visita in alcuni Paesi dell’Asia affacciati sul Pacifico per discutere di difesa e sicurezza nella regione.

Parlando il 31 maggio ad Hanoi, capitale del Vietnam, Carter ha comunicato che gli Stati Uniti sono pronti a stanziare decine di milioni di euro al governo vietnamita per l’acquisto di navi militari per il pattugliamento delle acque contese nella regione. Per annunciare l’invio di una prima trance da 18 milioni di dollari, non a caso Carter ha deciso di parlare mentre era a bordo di un’imbarcazione della guardia costiera vietnamita, finita in passato nel mirino della marina cinese per una disputa nelle acque del Mar Cinese Meridionale. L’occasione è stata buona anche per ribadire alla Cina che gli Stati Uniti non intendono spostarsi dall’area: “Continueremo a volare, navigare e operare come abbiamo sempre fatto nel Pacifico. Non stiamo cercando di militarizzare la situazione. Dalla fine della seconda guerra mondiale siamo e continueremo a essere la principale forza militare in questa regione”.

Accusato di costruire delle isole artificiali nell’arcipelago delle Isole Spratly per ricavarne delle piste d’atterraggio, il governo di Pechino di certo non si farà intimorire da queste parole. La linea della Cina, d’altronde, è tracciata in maniera perentoria nell’ultima edizione del suo libro bianco, intitolato La strategia militare della Cina, pubblicato pochi giorni fa. Nel testo Pechino ha dichiarato che continuerà a perseguire l’obiettivo di difendere gli interessi del Paese in Asia, e dunque anche nel Mar Cinese Meridionale.

L’obiettivo finale è questo, a costo di strappare al mare migliaia di ettari di terreno (come sta avvenendo nelle Isole Spratly secondo gli Stati Uniti) o di “dover” rafforzare la marina militare (con la realizzazione di una propria portaerei e l’acquisto di sottomarini e altre navi da guerra).

 Nella lettura di questo nuovo capitolo dello scontro tra USA e Cina nel Pacifico, non vanno però persi di vista gli interessi energetici in palio. Se è vero, come sostiene la US Energy Information Administration, che nelle acque dell’arcipelago conteso non vi sarebbero giacimenti di petrolio o gas off-shore così ricchi da innescare una guerra, è altrettanto vero che al largo delle Spratly transita ogni giorno più della metà del commercio marittimo mondiale di idrocarburi: miliardi di barili di petrolio all’anno e centinaia di miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto. Monitorare questo flusso significa pertanto avere il controllo degli approvvigionamenti energetici di quasi tutta l’Asia, il che rappresenta un potere geostrategico ed economico che né gli USA né la Cina vogliono lasciarsi scappare.

 In questa partita, la Cina non sembra preoccuparsi particolarmente di essere frenata dalla comunità internazionale. Già nel 2012 ha installato delle trivelle nelle acque attorno alle Isole Paracels, pur sapendo che avrebbe causato uno scontro diplomatico con gli altri Paesi della regione. Aspettarsi adesso un suo passo indietro nelle Isole Spratly, dove a contendersi i territori sono anche Vietnam, Taiwan, Malesia e Filippine, non è ipotizzabile anche sotto la pressione statunitense. Così come non realistico sperare, almeno nel breve periodo, che le nazioni coinvolte si siedano a un tavolo per concordare la creazione di una zona di sviluppo condivisa. D’altronde, una soluzione simile nel libro bianco della strategia militare cinese non è nemmeno contemplata.

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