Sara Perria

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L’afosa sera prima della nomina, un particolare confermava che il nuovo presidente del Myanmar (o Birmania) non sarebbe stata Aung San Suu Kyi.

Fuori dalla stanza numero sei del blocco 24 dei dormitori del partito, le scarpe del parlamentare Htin Kyaw e di sua moglie non erano fuori dalla porta secondo l’usanza birmana. I due non erano rientrati a casa.

L’amico di lunga data della Nobel per la Pace aveva lasciato la spoglia stanza per prepararsi a diventare la mattina del 15 marzo, il primo presidente non-militare democraticamente eletto dopo 50 anni di dittatura militare e un precedente governo di transizione. Sono 213 i voti andati al vicepresidente nominato dai militari Myint Swe, 79 all’etnico Henry Van Thio. A Kyaw è andato il 55 per cento.

“Questa è una vittoria della sorella Suu Kyi,” sono le parole usate dal 69enne per celebrare l’evento.

“È un gentiluomo e mi fido del mio partito. Ma per me la presidente è Suu Kyi,” commenta fuori dall’aula Zin Mar, vestita con la tradizionale gonna longyi declinata nell’arancione della Lega Nazionale per la Democrazia, ora partito di maggioranza.

I militari hanno tenuto duro
La Costituzione scritta dai militari nel 2008, però, impedisce alla 70enne icona della transizione democratica di ricoprire la carica di presidente, in quanto moglie e madre di cittadini stranieri, britannici.

La proporzione della vittoria alle elezioni di Novembre aveva fatto sperare che l’80% di consensi popolari potesse essere tradotto in un congelamento della clausola. Le contrattazioni della vigilia hanno però avuto esito negativo e raffreddato i rapporti con i militari, non pronti ad una concessione di tale portata.

Il Tatmadaw — ovvero l’esercito — detiene ancora il 25% di seggi non eletti in Parlamento, tre ministeri chiave (Difesa, Interni e Controllo delle frontiere) e potere di veto su modifiche costituzionali.

Suu Kyi: “Sarò al di sopra del presidente”
Nonostante la netta maggioranza emersa dalle elezioni, Suu Kyi dovrà quindi ancora tenere conto dei militari e dei limiti di azione del suo governo. Ad una conferenza stampa nella sua iconica casa di fronte al lago Inya di Yangon, il Nobel per la Pace aveva però già messo nero su bianco come volesse interpretare il suo ruolo: “Se non posso essere presidente sarò al di sopra del presidente,” aveva detto.

Governerà attraverso Htin Kyaw
Htin Kyaw è stato scelto proprio per consentire alla Lady, come Suu Kyi viene chiamata, di governare attraverso di lui — un ruolo più simile a quello di prestanome che di prima carica dello Stato. Di estrazione liberale, laureato a Londra e vicino alla leader del partito al punto da esserne stato occasionale autista, viene descritto da fonti a lui vicine come “la persona meno assetata di potere che ci sia in circolazione”.

Ideale per la donna che ha portato il partito alla eclatante vittoria di novembre: “È prevedibile che Suu Kyi manterrà una presa stretta sul suo partito e che punti ad isolare qualsiasi sfidante interno,” commenta Derek Tonkin, analista del sito Network Myanmar.

La Lady potrebbe ideare per se stessa un ruolo ad hoc come quello di super-primo ministro o ministro degli esteri. Le tensioni con i militari prima delle nomine presidenziali — inclusa la scelta del Tatmadaw di un non-moderato per la vicepresidenza — evidenziano però le difficoltà di spingersi al di là dei dettami costituzionali.

Analisti e fonti diplomatiche sottolineano però come non sarà poi così semplice relegare l’amico nel ruolo di uomo immagine da telecomandare: si tratta di un uomo di una certa statura, ma soprattutto ci saranno questioni pratiche come le visite e le cerimonie ufficiali o il semplice fatto che sarà Htin Kyaw a vivere nel palazzo presidenziale e non Suu Kyi.

La casa del presidente
In sorprendente contrasto, però, il nuovo presidente è vissuto fino a pochi giorni fa in una sistemazione assai più modesta. Tutti i parlamentari dell’NLD devono risiedere nel dormitorio del partito, alla periferia della capitale Nay Pyi Taw, città artificialmente concepita intorno al grandioso Parlamento.


Quando Ma Thandar, neoparlamentare ed ex prigioniera politica, apre la porta della sua stanza, le condizioni modeste degli alloggi saltano immediatamente agli occhi.

Stanze con tre letti, pavimenti ricoperti di plastica, materassi duri e un armadio di stoffa che la stessa Ma Thandar ha acquistato “ma si è già rotto”. Su di un tavolo, un apparecchio per bollire il riso e qualche piatto. Nell’aria, un numero indefinito di zanzare. “È sempre meglio della prigione,” ride Ma Thandar, il cui marito giornalista è stato ucciso in circostanze sospette mentre in custodia della polizia.

“Htin Kyaw dorme qui di fianco,” spiega poi allungando il braccio sull’uscio della stanza, mentre altri parlamentari e le loro famiglie mettono la biancheria a stendere.

Ci sono bambini, mogli e parenti che vengono in visita. La vita sociale ruota intorno a due ristoranti con le sedie di plastica.

Lo straordinario risultato elettorale delle elezioni di novembre, del resto, ha avuto anche un risvolto inaspettato: un numero di parlamentari alla prima esperienza senza precedenti, caso unico al mondo. 
Al punto che le Nazioni Unite hanno organizzato un corso di introduzione su come svolgere la attività di parlamentare. E, in una surreale prova della transizione in corso, a prendere appunti sul funzionamento delle istituzioni democratiche c’era anche una delegazione di militari.

“Ma il nostro popolo ha aspettative molto alte, e temo che non sia possibile fare tutto,” spiega Ma Thandar, stanca dopo le quattro ore di inglese che il partito di Suu Kyi le impone di seguire. “Devo studiare molto, molte leggi, perché sono nella commissione dei diritti umani.” “Ma lo spirito di mio marito è sempre con me. Anche se lo hanno ucciso,” abbassa gli occhi la ex prigioniera politica.

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