Muro di Berlino 30 anni dopo

Una mostra reportage organizzata dal Goethe-Institut racconta la generazione post-Muro. Da Dresda a Bari, ecco le storie di ragazzi nati dopo il 1989

Redazione

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«Visitando a Berlino una mostra sul Muro, ho pensato che, mentre nell'89 i tedeschi e gli europei guardavano con ottimismo agli anni a venire, in Jugoslavia si respirava già un clima di guerra». A descrivere le percezioni dei diversi Paesi europei 30 anni fa è Nikola Sandić, uno studente triestino di origine serba di 24 anni. La sua riflessione sulle ricadute del crollo dei regimi comunisti nel 1989 fa parte di una mostra-reportage che sarà inaugurata a Roma l'8 novembre 2019. Realizzata dal Goethe-Institut, l'esposizione si intitola «Nati dopo l'89» perché racconta le storie dei ragazzi europei venuti al mondo dopo la rivoluzione del 1989.

«Dal crollo del Muro, la Germania e l'Europa sono profondamente cambiate» si legge nella presentazione della mostra. «Una sola Germania, un'Europa più grande, frontiere cancellate e frontiere aperte, un'unica moneta. Che cosa pensano di questa rivoluzione i ragazzi tedeschi e italiani nati dopo la caduta del Muro?» Per rispondere a questa domanda, l'istituto culturale tedesco ha incaricato il giornalista Matteo Tacconi e il fotografo Ignacio Maria Coccia di cercare le storie della generazione post-Muro.

Gli autori si sono recati in quattro città-simbolo dell'Europa post-Muro: Dresda, la Firenze sull'Elba dove sopravvive lo spirito della Ddr; Bonn, l'austera ex capitale della Germania occidentale; Trieste, il porto dell'Impero austro-ungarico che ancor oggi rappresenta il crinale fra mondo italiano, slavo e mitteleuropeo, e Bari, la porta d'Oriente di fronte alla quale durante la Guerra fredda correva un muro d'acqua.      

Il viaggio-reportage inizia a Dresda, dove il giornalista e il fotografo incontrano la prima dei giovani nati dopo il 1989, Wiebke Bickhardt, che lavora in una compagnia teatrale. L'artista, nata due anni dopo la caduta del Muro, ritiene che l'analisi storica della Ddr vada svincolata dalla corrente narrazione, un po' manichea, delle due Germanie. «Anche nella Germania Est c'erano aspetti positivi: penso alla scuola, che era ben organizzata, o alla emancipazione femminile» osserva Wiebke.   

La Ddr è un filo rosso che si snoda lungo tutta la tratta tedesca del racconto-reportage. I giovani di Bonn, come i loro coetanei di Dresda, ritengono che «a 30 anni dal crollo del Muro sia giusto guardare alla storia della Ddr in modo meno ingessato». Lo sostiene per esempio Claas Luttgens, classe 1997, studente di filosofia: «Ci sono alcuni aspetti interessanti nella vicenda della Ddr. Uno è la sfida al modello patriarcale della famiglia. Fu favorito il lavoro femminile e vennero creati asili. La donna, prima ancora che nella Germania occidentale, fu vista come soggetto attivo nella società».

Aggiunge Daniel Friesen, nato nel 1990, laureato in Storia, fondatore dell’agenzia Bonn City Tours: «Una volta un amico mi ha ricordato che entrambe le Germanie, dopo la guerra, avevano forte bisogno di manodopera. L’Ovest, secondo lui, risolse la questione importando immigrati, l’est emancipando le donne e facendole lavorare in fabbrica. Una lettura interessante, che mi ha fatto riflettere».    

Riflessioni volte a capire meglio, al netto dei pregiudizi, un Paese che questi ragazzi non hanno conosciuto, senza idealizzare la Germania comunista. «C’era un solo partito, non esisteva discussione politica, né democrazia», sottolinea lo studente di legge Felix Cassel, nato nel 1996 da una donna che nella Ddr nacque e trascorse infanzia e adolescenza. «Era uno Stato di polizia, con una forte sorveglianza, caratterizzato da oppressione politica, e non va mai dimenticato» rimarca lo studente di filosofia Claas Luttgens, classe 1997.   

Di tutt'altro tenore il racconto in terra italiana. Il reportage del Goethe inizia a Trieste. Nell’estremo Nord-Est, più che il 1989 a fare da spartiacque è stato il 1991: l’anno della fine della Jugoslavia e dell’inizio delle sanguinose guerre balcaniche. L’anno che tutti conoscono, anche i nati dopo l’89. «Il Muro di Berlino non fa parte del mio immaginario, mentre le guerre jugoslave sì» riflette Lilli Goriup, giornalista, 29 anni. «Vado spesso in Bosnia, sono legata a Sarajevo».

A Trieste, città di frontiera, risiede la comunità slovena più numerosa del Friuli-Venezia Giulia. Lilli Goriup la descrive come una città chiusa in compartimenti stagni: «Gli sloveni frequentano più che altro sloveni. Si va all’asilo sloveno, alle elementari, alle medie e alle superiori slovene. Si canta nel coro sloveno e si fa sport nelle associazioni slovene». Ma tale chiusura, aggiunge Barbara Ferluga, una programmista Rai di 26 anni che appartiene alla comunità slovena. è speculare alla mancata apertura degli italiani: «Pochi quelli disponibili a superare il muro mentale che li divide da noi». Un muro che dipende, osserva il giornalista Tacconi, «dal peso del Novecento: la vicina Jugoslavia, Tito che entra a Trieste nel 1945, le foibe. C’è gente, qui, che ha a lungo equiparato gli sloveni a una “quinta colonna”».

Eppure la vecchia Jugoslavia era più aperta dei Paesi che ne hanno preso il posto. La serba Milica Marković, nata proprio in Jugoslavia nel 1989, vive a Trieste dal 2000 e lavora nelle assicurazioni. «Oggi quando andiamo in Serbia dobbiamo attraversare le frontiere slovene e croate» ricorda. «Al tempo della Jugoslavia il passaggio era libero. Era come viaggiare nell’Europa di oggi».  

Il viaggio fra i giovani europei si conclude a Bari, la città che fino a 30 anni fa si affacciava su quello che gli autori hanno chiamato «il muro Adriatico». «Qui il confine è il mare: un cuscinetto d’acqua che teneva a debita distanza la Jugoslavia e l’Albania» si legge nel reportage. «Ma nel 1991 la distanza tra le rive, quasi d’improvviso, si accorciò. Poco prima del crollo della dittatura comunista di Tirana, la più paranoica dell’Est, migliaia di albanesi attraversarono il mare per raggiungere l’Italia».

L'intenzione iniziale degli autori era di far ruotare tutto il racconto dell'ultima tappa del reportage attorno all’esodo albanese del 1991. Ma, una volta arrivati a Bari, si sono dovuti ricredere. «Non è questo l’evento che fa da spartiacque, anche per i nati dopo l’89» si legge nel reportage. «Se mai, a fungere da crinale del tempo è stata la crisi economica». A dirlo senza mezzi termini è lo studente di ingegneria Antonio Maria Dentamaro, 21 anni: «Prima quella del 2008, poi quella del debito in Europa nel 2011, hanno lasciato il segno. Molti miei coetanei sono scoraggiati, non hanno più fiducia nell’Europa».

Già, l'Europa... Il luogo dove gli autori del reportage hanno trovato il più acceso sentimento anti-europeo è Bari, la città dove guarda caso la caduta del Muro di Berlino ha avuto un'eco meno profonda. «Qui nel Sud la realtà è precaria, è difficile credere nel futuro» osserva Antonio Gregorio Molinari, 29 anni, studente di storia dell’arte. «Il disincanto si indirizza prima di tutto verso l’Europa perché i giovani non hanno vissuto in prima persona i grandi raggiungimenti europei, non ne sono pienamente coscienti. Sentono dire che l’Europa è una speranza, ma non ricevono risposte ai loro problemi, e così indirizzano la loro frustrazione verso la stessa Europa».

Ma anche nel profondo Sud brillano luci europeiste. Una la tiene accesa Federica Calabrese, 26 anni, che sta facendo un dottorato in Storia del cristianesimo antico tra Bari, Iași (Romania) e Glastonbury (Inghilterra), dove ha fatto l’Erasmus. «Mi ha arricchito molto, facendomi capire che l’Europa è una cosa seria» racconta al giornalista Matteo Tacconi. «La prima cosa che ho detto ai miei genitori quando sono tornata in Italia è stata: “Sono fiera di essere italiana, ma sono altrettanto fiera di essere europea”».
 
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