Esteri

Il Mullah Omar è morto due anni fa

Il portavoce dell'intelligence afghana ha confermato la morte del leader dei talebani avvenuta in ospedale nel 2013, in "circostanze misteriose"

mullah omar

Redazione

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Il mullah Omar "è morto in ospedale a Karachi nell'aprile del 2013" e "in circostanze misteriose". Cosi' Haseeb Sediqi, il portavoce della Direzione della sicurezza nazionale, l'intelligence afghana, ha confermato la morte del leader dei talebani. Secondo gli 007 di Kabul le cirostanze della morte sono misteriose, mentre in precedenza l'emittente locale 1TvNews, citando un funzionario del governo, aveva riferito che Omar è morto di tubercolosi 2-3 anni fa.

 

Per ora i talebani non hanno ancora confermato la scomparsa del loro leader, ma secondo un portavoce "stanno preparando un comunicato" che diffonderanno in serata. Secondo la fonte, è stata convocata una riunione per eleggere un successore prima del secondo round di negoziati con il governo di Kabul previsto venerdì nella località pachistana di Murree.

La notizia che il leader supremo dei talebani, il Mullah Omar, "è stato ucciso" è stata comunicata oggi da un funzionario del governo afghano a 1TvNews. L'emittente ha aggiunto che la notizia del decesso di Omar è stata confermata durante una riunione dei vertici della sicurezza afghana.

I messaggi

Le voci sulla possibile morte della guida spirituale dei talebani si sono moltiplicate negli ultimi mesi anche se il sito web dell'Emirato islamico dell'Afghanistan continua a pubblicare suoi messaggi, come quello di una decina di giorni fa in cui si appoggia l'ipotesi di un dialogo fra gli insorti e i rappresentanti del governo del presidente Ashraf Ghani.

All'inizio dello scorso aprile, fra l'altro, i talebani hanno diffuso una lunga e particolareggiata biografia del leader in occasione del 19/o anniversario della sua nomina a comandante supremo, sempre nell'intento di smentire le voci della sua morte. La notizia della possibile morte di Omar giunge allorchè è stato annunciato per venerdì a Islamabad il secondo round di colloqui fra una delegazione talebana e esponenti del governo che dovrebbe portare all'apertura di un dialogo di pace e riconciliazione inter-afghano.

Tra realtà e leggende

Il suo vero nome, quello col quale fu registrato all'anagrafe, è Mohammed Omar Mujahid. Non si conosce la data, probabilmente il 1959, ma si sa che il mullah Omar è nato vicino a Kandahar, nel villaggio di Nodeh. Profilo aquilino, barba nera e il viso deturpato dalla perdita dell'occhio destro, che egli stesso si strappò - così raccontano - dopo essere stato colpito da una granata: se non fosse per le poche immagini fatte circolare ad arte, il duro e puro mullah Omar, capo indiscusso dei talebani, sarebbe poco più di una leggenda. Nessun giornalista occidentale lo ha mai incontrato, ma i suoi "studenti del Corano", che seminarono terrore e morte durante gli anni dell'emirato islamico in Afghanistan, lo venerano quasi come un dio.

In effetti, su quest'uomo alto, nato da una povera famiglia pashtun e fondatore di una scuola islamica, nel tempo si sono accavallate notizie e storie di ogni tipo. Innanzitutto, l'inossidabile fratellanza con Osama Bin Laden, compagno di battaglie nei duri anni della resistenza all'invasore sovietico (si dice che l'ex primula rossa abbia dato in sposa ad Omar la sua figlia maggiore e che abbia preso in moglie una delle figlie del mullah). Fu appunto sulle brulle montagne afghane, guerrigliero nella fazione dei mujaheddin Harakat-i Inqilab-i Islami, che Omar venne ferito al volto e, sentito il sangue colargli sulle guance, si cavò l'occhio per continuare il corpo al corpo col nemico "rosso".

La taglia da 25 milioni

Da allora, era solito coprire l'orbita vuota con una benda nera. Dopo che i sovietici abbandonarono il Paese, le azioni del mullah crebbero in patria, fino a farlo acclamare come "il comandante dei fedeli". E quando i suoi uomini si impossessarono dell'Afghanistan nel 1996, il mullah Omar mostrò ad una folla ipnotizzata un mantello chiuso in un baule, indicandolo come quello appartenuto al profeta Maometto. Un gesto che gli valse l'investitura di presidente de facto nei cinque, lunghi anni di dittatura talebana, durante i quali il religioso-combattente si distinse per l'applicazione radicale della sharia e per alcuni scempi culturali, come l'abbattimento delle statue di Budda scavate nella valle di Bamyan. Anche la fuga dalla 'sua' Kandahar, quando gli americani sferrarono l'operazione Enduring Freedom nel 2001, si tinse di leggenda: il mullah sarebbe riuscito a beffare gli americani scappando in sella a un motocicletta dall'assedio di Baghran. Da allora, nascosto tra le montagne del Pakistan o dell'Afghanistan, ha fatto perdere ogni sua traccia, malgrado la taglia di 25 milioni di dollari posta dagli Stati Uniti sulla sua testa. A parlare per lui i messaggi diffusi dai suoi seguaci e in cui esportava alla resistenza e rendeva onore ai "martiri" qaedisti

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