Esteri

Mosul, l'Isis non c'è più: ricomincio a fumare le sigarette

Mohamed Ahmed Saleh è un allevatore di bestiame di Badoosh a 15 km dalla città. Per tre anni non ha fumato. Finalmente ora è libero di farlo

Battaglia di Mosul

Chiara Clausi

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Mohamed Ahmed Saleh non ha fumato per tre anni. O meglio lo faceva, ma di nascosto. Nel suo villaggio, Badoosh, sulle colline a 15 chilometri a Nord-Ovest di Mosul, sotto il dominio dello Stato Islamico era vietato fumare.

Ora l’Isis non c’è più e lui mette bene in vista il suo pacchetto di sigarette, infilato nel taschino della camicia.

Saleh voleva che tutti sapessero: era tornato a fumare. Un crimine che fino a poco tempo fa gli sarebbe costato 20 frustrate.

Mr. Saleh è un allevatore di bestiame e vive da sempre a Badoosh. Tre anni fa gli islamisti del Califfato hanno conquistato il villaggio, poco prima di occupare Mosul e farne la propria capitale. Per la popolazione è cominciata una vita d’inferno, fra continue privazioni e punizioni. Per Saleh ai supplizi si è aggiunta la fine del suo piacere quotidiano, gustarsi qualche boccata di fumo.

Fumare rappresentava la libertà. Saleh ha cercato per tre anni di aggirare in tutti i modi il divieto imposto dai jihadisti. Akhtamar Classic, ha raccontato, era l’unico marchio di sigarette contrabbandato nel territorio controllato dall’Isis.

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Un pacchetto prima costava 750 dinari, 63 centesimi. In questo periodo poteva costare fino a 20.000 dinari, cioè 17 dollari. Allora Saleh con 4 amici fidati si sono messi d’accordo per comprare insieme un pacchetto di 20 sigarette. Ogni sigaretta veniva tagliata in 3 pezzi per farla durare più a lungo.

Saleh e suoi amici uscivano nei campi con le loro mucche e le sigarette ben nascoste. Fumavano nei campi. Poi si coprivano la faccia per non emanare odore di fumo. Si lavavano i denti e si spruzzavano l’un l’altro profumo prima di tornare indietro.

Quando ritornavano le guardie dello Stato Islamico li annusavano per assicurarsi che non avessero fumato. Ma loro riuscivano a gabbarli, nonostante i duri controlli.

Il giorno in cui lo Stato Islamico è stato cacciato dal villaggio, Saleh ha detto di aver fumato quattro pacchetti di sigarette di seguito.

Ora, dice con orgoglio, tiene sempre un pacco con sé: “Mi piace camminare e tenere una sigaretta tra le dita”. Un altro ragazzo racconta anch’egli di aver fumato trasgredendo il divieto dell’Isis. Ha raccontato della colletta di denaro con 4 o 5 amici per permettersi le sigarette durante l’occupazione.

Un pacchetto, racconta, poteva costare anche più di 100 dollari. L’equivalente della retribuzione mensile di un combattente dello Stato Islamico.

Ma questa era una pratica molto diffusa nel villaggio.

Tanti si rivolgevano al mercato del contrabbando di sigarette. Non era solo per dipendenza, ma era anche una forma di ribellione. Il giovane infatti ha rivelato che egli ha fumato anche perché era una sua forma di resistenza alla totale mancanza di libertà sotto il feroce e liberticida dominio islamico.

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