Esteri

La morte del Califfo Al Baghdadi e gli altri misteri di Siria

Chi è il numero uno dello Stato Islamico? Quante sono le armate dell’ISIS? Ecco perché la coalizione internazionale non riesce a porre fine alla guerra, nonostante la sproporzione di forze

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Luciano Tirinnanzi

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Ci sono almeno tre misteri sulla guerra in corso in Siria.

Chi è Abu Bakr Al Baghdadi?
Primo, chi è il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e come ha costruito la sua ascesa, arrivata al punto di innescare una guerra internazionale in Medio Oriente. Secondo, chi e quanti sono realmente i miliziani dello Stato Islamico. Terzo, qual è il reale interesse degli Stati Uniti d’America in questa regione.

Al momento in cui scriviamo, Al Baghdadi, il Califfo Ibrahim, è dato per sopravvissuto a un supposto raid aereo dell’aviazione irachena, che avrebbe colpito un convoglio di leader del Califfato nella provincia di Anbar.

Notizia non confermata dal Pentagono. Non è la prima volta che il governo di Baghdad annuncia la sua morte e che viene poi smentito. Strategia di guerra, naturalmente. Ma prima o poi potrebbe accadere davvero, dunque niente di strano sin qui.

Secondo le fonti irachene, vertici dello Stato Islamico erano giunti a Ramadi (altre dicono Kerbala altre Qaim) per un consiglio di guerra. Al Baghdadi stesso si sarebbe trasferito qui da alcuni mesi, per gestire le operazioni militari in prima persona. È infatti sul fronte orientale della guerra, ossia l’Iraq, la più calda prima linea degli scontri. E, in particolare, la provincia di Anbar e l’area intorno al capoluogo Ramadi.

Ramadi è stata conquistata lo scorso maggio dagli jihadisti che, contro ogni previsione, hanno rilanciato l’offensiva dopo aver perso Tikrit e tentato inutilmente di avanzare verso Kirkuk, baluardo curdo. Secondo un generale del Pentagono, allo stato attuale “ci vorrebbero anni, forse sei o sette, per riprendere Ramadi”.

Vero o meno che sia - gli analisti USA ultimamente non sono più ritenuti così affidabili - in ogni caso Ramadi sarebbe ritenuta dai vertici dell’ISIS “sicura” e Al Baghdadi non correrebbe seri rischi a vivere là.

Eppure, che un “capo di Stato” diriga le operazioni dalla prima linea è cosa rara e ha più il sapore di una leggenda che altro. Ciò non toglie che il Califfato si alimenti anche dell’epopea del prorpio leader.

Le truppe del Califfo
Ma quanti uomini difendono questa città? E quanti ne impiega davvero il Califfo nei due teatri di guerra? Sono quei 31mila di cui parla la CIA o i 100mila di cui parlano altre fonti? Sappiamo che, in buona parte, le armate del Califfato provengono dall’esercito iracheno. Defezionisti sunniti che hanno scelto la guerra civile per non sottostare a un governo sciita, temendo una discriminazione. Generali, colonelli e reggimenti a loro fedeli.

Una parte delle forze armate che, tuttavia, non raggiungerebbe un numero sufficiente per avanzare in Iraq e Siria e perseverare nelle offensive per oltre un anno. Difatti, numerosi volontari, cioè le milizie internazionali chiamate alla Guerra Santa e giunti da ogni dove per la Jihad, hanno ingrossato le fila dell’ISIS, aumentandone significativamente il numero.

Diecimila, si stima. Un numero ancora non sufficiente. Vero è che l’esercito iracheno è anche psicologicamente in pezzi, e certo poco motivato da chi non gli paga lo stipendio.

Chi combatte lo Stato Islamico
Ma contro lo Stato Islamico non c’è solo Baghdad.
Ci sono i curdi dello YPG e i Peshmerga, che hanno dato serio filo da torcere all’ISIS, vedi la vittoria di Kobane in Siria.

C’è l’Iran, le cui milizie volontarie e le truppe scelte sono al comando del grande generale Al Suleimani e rappresentano una parte importante del conflitto in entrambi i fronti, in quanto ambasciatori dell’interesse di Teheran nella guerra, che non è poco.

Sul fronte occidentale, ci sono anche l’esercito siriano di Assad e le milizie sciite libanesi di Hezbollah. In parte, anche Israele è coinvolta. E poi ci sono i bombardamenti della coalizione internazionale a guida USA, che raccoglie almeno quaranta paesi (vale la pena sottolinearlo, quaranta) tra cui anche l’Italia.

Infine, da ottobre sono arrivati anche i russi e, di certo, l’interesse di Mosca in Siria è enorme, probabilmente superiore a quello di qualsiasi altro paese.

Come fal'Isis a resistere?
Alla luce di ciò, come fanno trentamila uomini neanche bene addestrati a sopravvivere da oltre un anno a tutti questi avversari?
Semplicemente, non possono. Abu Bakr Al Baghdadi è forse un generale così scaltro da essere capace come un Alessandro Magno, resiliente come un Leonida, abile come un Napoleone? Impossibile. Neanche è un militare.

Dunque, qualcosa non torna.

Come fanno decine di migliaia di giovani truppe - il presidente liberiano Charles Taylor disse una volta “un colpo sparato da un bambino non è differente da quello di un adulto” - a imparare in poche settimane a usare i sofisticati carri armati statunitensi, l’artiglieria e gli altri mezzi pesanti catturati dopo la caduta di Mosul nel giugno 2014?

Come fanno ad avere cecchini così abili e tecniche di guerra così avanzate, da permettersi manovre diversive, assedi fulminanti e una parallela amministrazione della cosa pubblica, con tanto di tribunali, poliziotti e burocrazia?

Gli errori degli Stati Uniti
Una risposta parziale potrebbe arrivare dalla guerra in Iraq del 2003. Quando cioè gli Stati Uniti invasero il paese e destituirono Saddam Hussein.

L’eredità lasciata sul campo era fatta di una quantità spaventosa di armi, mezzi e nuovi dirigenti che instillarono l’odio confessionale, affidando ai soli sciiti la guida del paese e marginalizzando i sunniti, dimentichi del fatto che sotto Saddam questi ultimi erano al potere ovunque, soprattutto nell’esercito.

Sciogliere l'esercito
L’errore fatale è stato però sciogliere l’esercito e mandare a casa senza stipendio migliaia di uomini. Questo accadeva nel 2003, sotto la guida del capo dell’amministrazione civile USA in Iraq, Paul Bremer, che sciolse ufficialmente le forze armate del Paese, compresi i corpi di sicurezza e la Guardia Repubblicana, l’élite dei fedelissimi di Saddam Hussein. In quell’occasione, fu neutralizzato anche il vecchio ministero dell'Informazione e fu proibito ai membri del partito Baath (il partito di Saddam Hussein) l’accesso alla funzione pubblica.

Sono loro ad aver iniziato questa guerra e ad aver creato lo Stato Islamico. Tutti gli altri, dalla Turchia al Qatar, dall’Arabia Saudita agli stessi USA, ne hanno approfittato, confidando di poter controllare un fenomeno che è poi sfuggito loro di mano.

Secondo l’ex direttore della CIA John McLaughlin, il più forte motore di attrazione per le reclute dello Stato Islamico è nel senso di *alienazione e ingiustizia dei sunniti in Iraq e Siria.

Un sentimento che sopratutto i paesi del Golfo oggi cavalcano per imporre definitivamente il sunnismo in Medio Oriente e schiacciare i governi sciiti.

I paesi sunniti
Finché non si accetterà che a foraggiare l’ISIS sono gli stessi paesi sunniti che non intendono sottostare all’Iran e alle componenti sciite oggi al potere, non si giungerà mai alla fine della guerra.

I russi lo sanno e agiscono di conseguenza, tamponando i loro interessi in Siria occidentale. Ma quale sia l’interesse e la reale intenzione degli Stati Uniti, l’unico altro attore a poter fare la differenza in Medio Oriente, resta il vero grande mistero di questa storia.

 

Le truppe del Califfo
Ma quanti uomini difendono questa città? E quanti ne impiega davvero il Califfo nei due teatri di guerra? Sono quei 31mila di cui parla la CIA o i 100mila di cui parlano altre fonti? Sappiamo che, in buona parte, le armate del Califfato provengono dall’esercito iracheno. Defezionisti sunniti che hanno scelto la guerra civile per non sottostare a un governo sciita, temendo una discriminazione. Generali, colonelli e reggimenti a loro fedeli.

Una parte delle forze armate che, tuttavia, non raggiungerebbe un numero sufficiente per avanzare in Iraq e Siria e perseverare nelle offensive per oltre un anno. Difatti, numerosi volontari, cioè le milizie internazionali chiamate alla Guerra Santa e giunti da ogni dove per la Jihad, hanno ingrossato le fila dell’ISIS, aumentandone significativamente il numero.

Diecimila, si stima. Un numero ancora non sufficiente. Vero è che l’esercito iracheno è anche psicologicamente in pezzi, e certo poco motivato da chi non gli paga lo stipendio.

Chi combatte lo Stato Islamico
Ma contro lo Stato Islamico non c’è solo Baghdad. 
Ci sono i curdi dello YPG e i Peshmerga, che hanno dato serio filo da torcere all’ISIS, vedi la vittoria di Kobane in Siria.

C’è l’Iran, le cui milizie volontarie e le truppe scelte sono al comando del grande generale Al Suleimani e rappresentano una parte importante del conflitto in entrambi i fronti, in quanto ambasciatori dell’interesse di Teheran nella guerra, che non è poco.

Sul fronte occidentale, ci sono anche l’esercito siriano di Assad e le milizie sciite libanesi di Hezbollah. In parte, anche Israele è coinvolta. E poi ci sono i bombardamenti della coalizione internazionale a guida USA, che raccoglie almeno quaranta paesi (vale la pena sottolinearlo, quaranta) tra cui anche l’Italia.

Infine, da ottobre sono arrivati anche i russi e, di certo, l’interesse di Mosca in Siria è enorme, probabilmente superiore a quello di qualsiasi altro paese.

Come fal'Isis a resistere?
Alla luce di ciò, come fanno trentamila uomini neanche bene addestrati a sopravvivere da oltre un anno a tutti questi avversari? 
Semplicemente, non possono. Abu Bakr Al Baghdadi è forse un generale così scaltro da essere capace come un Alessandro Magno, resiliente come un Leonida, abile come un Napoleone? Impossibile. Neanche è un militare.

Dunque, qualcosa non torna.

Come fanno decine di migliaia di giovani truppe - il presidente liberiano Charles Taylor disse una volta “un colpo sparato da un bambino non è differente da quello di un adulto” - a imparare in poche settimane a usare i sofisticati carri armati statunitensi, l’artiglieria e gli altri mezzi pesanti catturati dopo la caduta di Mosul nel giugno 2014?

Come fanno ad avere cecchini così abili e tecniche di guerra così avanzate, da permettersi manovre diversive, assedi fulminanti e una parallela amministrazione della cosa pubblica, con tanto di tribunali, poliziotti e burocrazia?

Gli errori degli Stati Uniti
Una risposta parziale potrebbe arrivare dalla guerra in Iraq del 2003. Quando cioè gli Stati Uniti invasero il paese e destituirono Saddam Hussein.

L’eredità lasciata sul campo era fatta di una quantità spaventosa di armi, mezzi e nuovi dirigenti che instillarono l’odio confessionale, affidando ai soli sciiti la guida del paese e marginalizzando i sunniti, dimentichi del fatto che sotto Saddam questi ultimi erano al potere ovunque, soprattutto nell’esercito.

Sciogliere l'esercito
L’errore fatale è stato però sciogliere l’esercito e mandare a casa senza stipendio migliaia di uomini. Questo accadeva nel 2003, sotto la guida del capo dell’amministrazione civile USA in Iraq, Paul Bremer, che sciolse ufficialmente le forze armate del Paese, compresi i corpi di sicurezza e la Guardia Repubblicana, l’élite dei fedelissimi di Saddam Hussein. In quell’occasione, fu neutralizzato anche il vecchio ministero dell'Informazione e fu proibito ai membri del partito Baath (il partito di Saddam Hussein) l’accesso alla funzione pubblica.

Sono loro ad aver iniziato questa guerra e ad aver creato lo Stato Islamico. Tutti gli altri, dalla Turchia al Qatar, dall’Arabia Saudita agli stessi USA, ne hanno approfittato, confidando di poter controllare un fenomeno che è poi sfuggito loro di mano.

Secondo l’ex direttore della CIA John McLaughlin, il più forte motore di attrazione per le reclute dello Stato Islamico è nel senso di *alienazione e ingiustizia dei sunniti in Iraq e Siria.

Un sentimento che sopratutto i paesi del Golfo oggi cavalcano per imporre definitivamente il sunnismo in Medio Oriente e schiacciare i governi sciiti.

I paesi sunniti
Finché non si accetterà che a foraggiare l’ISIS sono gli stessi paesi sunniti che non intendono sottostare all’Iran e alle componenti sciite oggi al potere, non si giungerà mai alla fine della guerra.

I russi lo sanno e agiscono di conseguenza, tamponando i loro interessi in Siria occidentale. Ma quale sia l’interesse e la reale intenzione degli Stati Uniti, l’unico altro attore a poter fare la differenza in Medio Oriente, resta il vero grande mistero di questa storia.

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