Esteri

Migranti, perché Schengen è sempre più a rischio

L'emergenza profughi mette in crisi l'unità europea. Il pressing sull'Italia per gli aiuti alla Turchia

Migranti al confine dell'enclave spagnola di Ceuta, Marocco

Redazione

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"Schengen è messo in dubbio e per noi è veramente triste, la libera circolazione era il grande sogno europeo. È giusto essere attenti contro il terrorismo ma non è che sospendendo Schengen si bloccano i terroristi". Sull'ipotesi di sospendere gli accordi di libera circolazione in Europa, il premier Matteo Renzi non ha dubbi, come ha dichiarato stamattina in un'intervista a Rtl. E non ne ha nemmeno sulla partecipazione agli aiuti alla Turchia: "Se viene riconosciuto lo 0,2 della clausola dei migranti bene, firmiamo" per la Turchia, ha detto ieri. Che, tradotto, significa: se l'Europa è disposta a riconoscere che il nostro aiuto ai migranti vale lo 0,2 per cento del Pil (oltre 3 miliardi di euro) e a sostenerci, noi in cambio partecipiamo con la nostra quota in favore della Turchia.

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Ma a Bruxelles continua a riaffacciarsi sulla scena l'ipotesi di raccomandare la reintroduzione dei controlli alle frontiere interne di Schengen fino a due anni.

 

La sospensione di Schengen

Intanto nel mar Egeo si continua a morire: le vittime tra ieri e oggi sono almeno 33, tra cui diversi bambini. Il tempo per salvare l'area di libera circolazione stringe e con la possibile attivazione dell'articolo 26 del codice Schengen si torna a parlare di un'eventualità già discussa a dicembre per convincere la Grecia ad accettare l'aiuto di Frontex nella gestione dei flussi. Secondo l'articolo, in caso di "carenze gravi e persistenti" nei controlli alle frontiere esterne, la Commissione Ue può proporre al Consiglio di raccomandare che uno o più Stati reintroducano i controlli alle frontiere interne, fino ad un massimo di due anni.

Il summit di febbraio

Di fatto si tratta di una strada da imboccare quale "ultima risorsa", a cui guardare se entro le prossime settimane le misure decise a 28 non inizieranno davvero a funzionare, e gli arrivi a diminuire. Ma secondo fonti Ue il punto potrebbe essere già discusso al summit Ue di febbraio. Anche perché dopo il 14 maggio i controlli reintrodotti da Berlino saranno fuori tempo massimo e l'unica possibilità per continuare a condurli in un quadro di legalità sarebbe appunto l'articolo 26. Il ministro dell'Interno tedesco, Thomas de Maizie're ha fatto sapere di voler prolungare gli accertamenti a tempo indeterminato. "Al momento - dice - non vedo una data" per sospenderli. La situazione politica interna resta complicata, col leader della Csu e presidente della Baviera Horst Seehofer che insiste sulla possibilità di portare la cancelliera Angela Merkel di fronte all'Alta Corte se non ridurrà i flussi.

Draghi: l'unica scelta è collaborare

Sulla crisi dei rifugiati in Europa "non c'è altra scelta se non collaborare. Sono fiducioso che alla fine la portata del fenomeno lo farà capire e penso che si arriverà a un accordo ragionevole" ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi interpellato in occasione dei lavori del Wef a Davos.

L'ultimatum dell'Olanda

E sempre dal Forum di Davos il premier olandese Mark Rutte (presidenza del consiglio Ue) incalza: restano "sei-otto settimane" per salvare Schengen. Se tutti i tasselli della costruzione messa in piedi dall'Europa per far fronte alla crisi dei profughi non andranno al posto in fretta, la primavera porterà nuovi picchi di arrivi che scardineranno il sistema. Gli stessi toni li ha usati l'ambasciatore olandese nella riunione dei diplomatici dei 28 (Coreper) in vista del consiglio informale dei ministri dell'Interno di lunedì ad Amsterdam. Fonti della presidenza riassumono così il messaggio: "È passato il tempo della contemplazione. Dobbiamo agire in fretta".

Il pressing sull'Italia

Bruxelles intanto continua il pressing su Roma per i tre miliardi per i rifugiati in Turchia. Il portavoce Margaritis Schinas ha ripetuto come l'impegno politico sia stato preso a 28. Ma secondo il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni si tratta "di discussione che si risolverà molto rapidamente". David Cameron invece affonda la proposta di revisione del regolamento di Dublino. Il suo portavoce ha precisato che ancora non c'è una proposta formale ma il premier britannico "vuole mantenere questo meccanismo" che assicura a Londra il diritto di espulsione dei richiedenti asilo verso i Paesi europei dove è avvenuto il loro primo approdo. E ha sottolineato anche che la Gran Bretagna "ha il diritto di opt out" in questa materia e che è pronta ad usarlo in futuro.

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