Gaza, scendono in campo anche i vip

Attori, scrittori, cantanti e registi: tutti "schierati" nel conflitto tra palestinesi e israeliani

Javier bardem, attore spagnolo, con l'attivista dei diritti umani Aminatou Haidar – Credits: EPA/CHRISTOPHE KARABA

Eleonora Lorusso

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L'elenco è lungo e col passare delle ore e dei giorni di conflitto potrebbe diventarlo ancora di più: si va da registi come Pedro Almodovar a icone pop come Rihanna, passando per attori come Javier Bardem e Penelope Cruz. Il mondo dello spettacolo, e non solo, si mobilita per fermare le violenze in Medio Oriente. E' di poche ore fa la lettera, firmata proprio da Bardem e Cruz, nella quale ci si rivolge direttamente a Tel Aviv, chiedendo di fermare l'offensiva Protective Hedge, iniziata l'8 luglio. 

"In questi giorni Gaza sta vivendo momenti terrificanti - si legge nell'appello, pubblicato su Europa Press - assediata e attaccata per aria, per terra e per mare. Le case dei palestinesi vengono distrutte e a loro viene negata l'acqua, l'elettricità e la possibilità di muoversi verso gli ospedali, le scuole e i rifugi mentre la comunità internazionale non fa nulla" proseguono le star hollywoodiane, concludendo: "Israele e il suo esercito continuano ad avanzare nei territori e ad occuparli anziché ripristinare i confini del 1967".

Tra le firme in calce, oltre a quelle dei due attori spagnoli, anche quella di di altre celebrità iberiche come Pedro Almodovar. I firmatari chiedono un immediato cessate il fuoco e invitano l'Unione europea a condannare i bombardamenti. 

Ma non si tratta dell'unica posizione pro-Palestina: nelle scorse ore ha fatto discutere anche la presa di posizione del musicista degli One Direction, l'anglo-pakistano Zayn Malik, che ha twittato condividendo l'hashtag #FreePalestine. Ma non tutti i 13 milioni di followers della band inglese hanno gradito: tra molti che hanno sottoscritto e condiviso l'appello, altri non hanno risparmiato dure critiche. Tra le reazioni più dure, ad esempio, quella di chi, sostenendo il diritto di Israele a difendersi, gli ha augurato di "ammazzarsi". 

Toni e reazioni più o meno analoghe anche per un'altra icona pop come Rihanna, non nuova a tweet più o meno graditi ai fans. Gli insulti non sono stati risparmiati, però, neppure ad una delle poche celebrities che si è schierata a favore di Tel Aviv: è il caso di Bar Rafaeli, la super modella israeliana che ha postato una foto proprio di soldati israeliani morti, scrivendo "Siamo quello che siamo grazie a voi". Parole alle quali sono seguiti commenti "infuocati" da parte di sostenitori della causa palestinese. Un duro colpo per la bella Bar Rafaeli, non nuova a polemiche, come quelle scoppiate qualche tempo fa, quando qualcuno le rinfacciò di un "falso matrimonio", celebrato per evitare la leva , obbligatoria in Israele. 

Ad allungare la scia di polemiche (e di vip coinvolti) ci ha poi pensato un'altra star israeliana, la cantante Noa, ma questa volta per la sua presa di posizione critica nei confronti del premier israeliano, Netanyahu: la bufera che si è sollevata, soprattutto da parte della comunità israeliana (ma non solo) ha portato alla cancellazione del concerto di Noa, in programma il prossimo 27 ottobre a Milano, organizzato proprio da un'associazione ebraica. 

Insomma, se non c'è pace in Medio Oriente, l'eco dei raid e dei lanci di razzi coinvolge anche il mondo della cultura, dello spettacolo e della musica. Tra gli ultimi in ordine di tempo a sollevare un ennesimo polverone e ad alzare il tasso di tensione anche al di fuori della Striscia di Gaza è stato l'umorista francese Dieudonné M'Bala M'Bala. Il 48enne, già protagonista di accese polemiche qualche mese fa, ha paragonato il premier israeliano Netanyahu a Hitler. Immediata la reazione di diverse associazioni ebraiche in Francia, da CRIF (Conseil des représentatif Istituzioni Juives de France) alla Licra (Ligue internationale contre le racisme et l'antisémitismeche) hanno bollato Dieudonné e i suoi seguaci come dei "nazisti"

D'altro canto, anche prima che il conflitto riesplodesse in Medio Oriente, basta tornare indietro con la memoria di un paio d'anni per trovare altri episodi che la dicono lunga sulla difficoltà nei rapporti tra sostenitori dei palestinesi o degli israeliani, e le conseguenze anche nel mondo della cultira. Sempre in Francia, ha fatto discutere l'esclusione dell'artista palestinese Larissa Sansour da un concorso lanciato da Lacoste. Il noto brand francese di abbigliamento censurò duramente l'opera della Sansour, che figurava tra gli 8 finalisti del premio Lacoste Elysèe Prize, perché sarebbe risultato "troppo pro Palestina" (mostrava al pubblico la nascita di uno stato palestinese sotto forma di un grattacielo, circondato da un muro in cemento armato). 

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