Esteri

L'incompresa grandezza di Margaret Thatcher

Invisa persino alla Regina, l'Iron Lady ha saputo porre fine, ispirandosi alle idee di Von Hayek, alle enormi disuguaglianze che esistevano nell'Inghilterra dell'epoca. La fotostoria - Il ricordo di Carlo Rossella  Gianni De Michelis -  L'opinione di Marco Ventura

Margaret Thatcher in una foto del 1976 (Getty Images)

Accanto al letto, sul comodino, ha tenuto per molti anni un libro, un libro solo: quel The Constitution of Liberty di Friedrich von Hayek che rappresenta la summa teorica del liberismo economico del Novecento. Liberismo inteso come libertà dall’oppressione del burocratismo, del socialismo, del pansindacalismo, e di tanti altri «ismi» che hanno soffocato le società occidentali dal dopoguerra fino alla rivoluzione di Margaret Thatcher.

I banalizzatori, gli antipatizzanti della prima e dell’ultima ora della Lady di Ferro («De mortuis nihil nisi bonum», dicevano i latini, ma quante lacrime di coccodrillo in quest’ora triste), nomignolo appioppatole non a caso dalla stampa sovietica, hanno sempre descritto la grande statista appena mancata nella sua suite dell’Hotel Ritz a Londra, a 87 anni (era nata Margaret Hilda Roberts, il 25 ottobre 1925), unica donna primo ministro del Regno Unito (ha guidato il paese dal maggio 1979 al novembre 1990), come una sanguinaria tagliatrice di posti di lavoro, di servizi sociali. E lei si è effettivamente ispirata alla forte, recisa e motivata critica di Hayek contro la redistribuzione della ricchezza attraverso tasse che mortificano lo spirito imprenditoriale; contro la voracità dello stato che spende oltre le risorse strettamente indispensabili al suo funzionamento; contro il groviglio pernicioso di regole inflessibili sul lavoro e rivalità dei sindacati per chi è più massimalista; contro l’impresa con dipendenti burocratizzati perché ipergarantiti; contro la pigrizia e la scarsa previdenza indotte nelle società occidentali dal welfare che a tutto provvede. Se  oggi suonano  quasi ovvietà, tutto era già stato denunciato in quel libro scritto decenni fa dal grande premio Nobel dell’economia.

Infatti di von Hayek, tornato in auge negli anni 80 e 90, Thatcher dichiarò di avere fatto il faro per la sua politica. Ma, appunto, solo il faro. Perché tutta e soltanto sua fu la determinazione nel liberalizzare l’economia sotto il bombardamento e una dura opposizione che in Gran Bretagna partivano dalla regina, che l’aveva in antipatia, passavano per la sinistra radical chic di mezza Europa e arrivavano a svariati capi di governo.

A chi definiva, e definisce, feroce la determinazione con cui Thatcher spianò l’ostinata e inutile resistenza del sindacato dei minatori inglesi, fino a ottenerne la resa, va ricordato anche lo spettacolare programma di liberalizzazioni di «Ms T» che consentì a decine di migliaia di famiglie britanniche di acquistare le case popolari in cui fino ad allora vivevano in affitto. Chi, in Europa, anche tra i governanti socialdemocratici, ha saputo fare altrettanto?

Antipopolare, si dice ancora. Nella società più classista d’Europa, solo lei seppe assottigliare l’abissale separazione della working class dalla middle e dall’upper class (e questo ricchi e nobili inglesi non glielo hanno mai perdonato). Subissata di ironie sullo spazio lasciato ai nuovi ricchi, ovvero agli intraprendenti, a chi non si accontentava del tran tran dalle  9 alle 5, da lunedì a venerdì, poi sbronza, poi partita di calcio guardata o partitella di cricket giocata (secondo la classe sociale), la grande statista ha dato forma a un abbozzo di capitalismo popolare distribuendo azioni delle società pubbliche privatizzate (in alcuni casi con esiti disastrosi, le ferrovie; in molti altri con successo). Una società di proprietari, aveva in mente, ed era anatema per i detentori del «denaro vecchio» e del privilegio, così come per i pauperisti delle sinistre europee.

Passata lei, confinata negli ultimi anni, con il titolo di baronessa di Kesteven, a un’esistenza privata coatta per la malattia e la delusione, si è tornati indietro: la distribuzione del reddito e della ricchezza è sempre più squilibrata, nel suo paese come nel resto dell’Occidente. A chi poi ancora lamenta in patria la tolleranza di Margaret per certi eccessi del capitalismo finanziario bisognerebbe ricordare che solo grazie a lei la City fu salvata dalla consunzione ed è rimasta il centro finanziario d’Europa e, in tandem con Wall Street, del mondo.

Aveva appena vinto le sue prime elezioni alla testa dei Tory, nel 1979, e subito Thatcher nominò ministro per l’industria, la  derelitta e obsoleta industria britannica, Keith Joseph, presidente appunto dell’Hayekian Centre for Policy Studies . Anche  Ronald Reagan si circondò in seguito di economisti hayekiani. Con lui, del resto, Margaret aveva un’intesa speciale, ben oltre il tradizionale legame Usa-Gb che è l’asse geostrategico più importante dell’ultimo secolo. Thatcher sapeva dirgli dei no implacabili, come quando il capo della Casa Bianca cercò di dissuaderla dalla spedizione alle Falkland. Ma la loro era un’amicizia vera, e si capì alle esequie del presidente:  Margaret pronunciò una memorabile orazione funebre.

«La figlia di un droghiere», definizione sprezzante e classista che l’ha inseguita una vita, ha portato al centro del sistema economico mondiale, insieme con liberalizzazione dei servizi, privatizzazioni, concorrenza, flessibilità, la proprietà diffusa di azioni e titoli. L’hanno chiamata «rivoluzione di destra», o sforbiciata selvaggia al budget pubblico. Però insieme agli aspetti negativi pochi ricordano che con il modello delle liberalizzazioni, della deregulation, della mondializzazione, l’ex Terzo mondo è diventato la fabbrica del pianeta e il benessere si è diffuso anche in paesi poveri, anche in colossi poveri come Cina e India. Mentre la Gran Bretagna dava l’esempio di società europea multietnica assorbendo immigrati prima e più degli altri paesi europei.

Ecco in fondo perché, alla fine della sua carriera politica, tradita da un golpe di palazzo dentro il suo partito tory, fu nella sinistra riformatrice e moderna che si trovò chi raccogliesse la sua bandiera: Tony Blair ha governato secondo principi socialdemocratici ma copiando il modello Thatcher, capace di restringere, sì, ma di salvare un welfare state divenuto sclerotico in un paese passato (come altri) dalle miniere al terziario avanzato.
Bandiere a mezz’asta adesso a Downing street, dove abita un conservatore, David Cameron, che al suo confronto è un’ombra. E solo un asciutto messaggio di condoglianze da Buckingam Palace: il rammarico e la «tristezza» di facciata di Elisabetta II molto dicono della persistente antipatia che la Lady ha lasciato, sebbene fosse da un pezzo  sparita dalla vita pubblica. A poco, evidentemente, è servito il ritratto cinematografico che, con umanità, s’è provata a impersonare Meryl Streep. Probabilmente perché, come il rasoio teorico di von Hayek, anche l’affilata  politica di Margaret, poco incline al compromesso («Ho cominciato con delle idee, delle convinzioni... Si deve sempre cominciare con delle convinzioni»), ha lasciato ferite profonde.

L’hanno odiata a Bruxelles: quell’euroburocrazia che tutto crede di poter regolare. Ma alla lunga, ora che siamo nella morsa di regole su deficit e debito tanto stringenti da apparire impraticabili, con la crescente resistenza di molti paesi europei a seguire diktat esterni, chi dobbiammo riconoscere che aveva visto lungo? Thatcher, euroscettica della prima ora, non amava l’Ue: è un difetto che ha condiviso con la sua nazione, e certo non si preoccupava di commenti acidi («Ha la bocca di Marylin e lo sguardo di Caligola»: François Mitterrand dixit) di vati dell’europeismo proclamato. Comunque Thatcher aveva lucidamente previsto che, sebbene molti europei amino il mercato unico e magari le frontiere senza passaporti, non sono pronti a trasformare l’Unione in una vera famiglia. Il paradosso è che molti politici francesi e tedeschi, che l’avevano additata come capopopolo dell’antieuropeismo, oggi frenano sull’unione bancaria, gli eurobond, insomma su quelle  leve che potrebbero far marciare una sostanziale e non formale unità del Continente.

L’hanno  odiata, e la odiano nonostante la pietà dovuta alla morte, gli argentini che pensavano di poter invadere le Falkland e farla franca: si riprese le isola con facilità, ma l’avrebbe fatto anche a un prezzo molto più caro. Successe lo stesso con il Kuwait: toccò a Margaret dare la sveglia a un Bush padre titubante dopo l’invasione di Saddam Hussein.

L’hanno odiata e la odieranno sempre i comunisti di tutto il mondo. Perché, premier lei di un paese storicamente antisovietico (dal Grande gioco dell’Ottocento in Asia a 007), Ms T si complimentò con enfasi con Mikhail Gorbaciov per il coraggio con cui aveva scritto la parola fine a 70 anni di socialismo fallimentare.
L’hanno odiata i capi dell’Ira, in Irlanda del Nord. Lo sciopero della fame-show mediatico di Bobby Sands finì tragicamente (si spense il 5 maggio 1981): morte inutile contro la determinazione di Thatcher. E quando avevano cercato di farla fuori non era andata meglio: la bomba era esplosa nella stanza d’albergo accanto a quella dove, di notte, stava scrivendo il discorso per il congresso dei Tory a Brighton. La resistenza fisica (lavorava anche 18 ore al giorno), oltre che psicologica, le aveva salvato la pelle. La mattina dopo era sul podio a parlare mentre alcuni collaboratori erano o all’ospedale o all’obitorio e il terrorismo irlandese s’avviava sul viale del tramonto (anni dpo l’Ira ha  dovuto rassegnarsi a sospendere la lotta armata).

L’elenco potrebbe continuare. In fondo, passata oltre tanti nemici, l’unica vera sconfitta della Lady di Ferro sta in quelle sue immagini che scriteriatamente venivano fatte circolare negli ultimi mesi: avvizzita, malferma sulle gambe, umana com’è umana la decadenza del corpo nell’età e nella malattia. Eppure, per chi saprà ricordare la sua maiuscola figura, resteranno una consolazione e un’altra immagine.

La consolazione è che, onore riservato a pochi, il nome e l’opera di Margaret sono diventati un sostantivo: thatcherismo. Il tempo dirà che non è una parolaccia. Quanto all’immagine, è quella celebre di lei su un carro armato, foulard e Union Jack al vento. «L’unico vero uomo in Gran Bretagna», come fu detto anche di Golda Meir per Israele. Senza offesa per gli uomini inglesi, s’intende.

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