Esteri

Malesia: scoperte 139 fosse con resti di migranti

Il ritrovamento è avvenuto nella stessa zona in cui erano stati individuati 28 accampamenti di trafficanti di esseri umani - le foto della tragedia

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Redazione

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Un cimitero nascosto, ennesimo emblema della tragedia dei barconi che insanguina tanto il Mediterraneo quanto i mari del sud-est asiatico: le autorità malesi hanno scoperto 139 fosse contenenti resti di migranti al confine con la Thailandia, nella stessa area in cui erano stati individuati 28 accampamenti illegali usati dai trafficanti di esseri umani. Secondo quanto reso noto dalle autorità di polizia, alcune di esse contengono più di un cadavere, con l'esumazione dei resti che inizierà con l'arrivo in zona di un team di esperti.

 

L'appello della Chiesa
"Un'agonia immensa si svolge sui mari del Sudest asiatico: una nuova ondata di boat people, fuggiti a causa di povertà e conflitti da Myanmar e Bangladesh, è alla deriva nei mari. Sfruttati da trafficanti senza scrupoli, uomini, donne e bambini sono ammassati in squallidi barconi e spesso muoiono in mare. Una nuova ferita si apre. Lasciamo che misericordia e compassione scorrano come un fiume nella terra di Buddha": è questo l'appello lanciato dal cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, mentre è ancora in corso l'emergenza dei rifugiati Rohingya, che cercano asilo in nazioni come Thailandia, Indonesia e Malesia, dove sono appunto state ritrovate le fosse comuni.

Aggiunge il cardinale nel messaggio inviato all'agenzia Fides: "I profughi fuggono per cercare dignità e sicurezza. Con un grande gesto di umanità, Malesia, Filippine e Indonesia hanno aperto le loro porte. Il governo del Myanmar ha salvato due barche alla deriva. Questo gesto, proveniente da una nazione devota al Signore della Compassione, Buddha, è altamente lodevole". Non mancano però le parole di condanna per "l'odio e la negazione del diritto", riferendosi alla violenza perpetrata da frange buddiste nei confronti dei musulmani Rohingya e all'ostilità mostrata dal governo birmano, al quale monsignor Charles Maung Bo si rivolge direttamente: "Sollecitiamo fortemente il governo a non consentire che discorsi di odio sovvertano la gloriosa tradizione birmana di compassione. I cittadini del Myanmar hanno l'obbligo morale di proteggere e promuovere la dignità di tutte le persone umane. Una comunità non puo' essere demonizzata e non le si possono negare i suoi diritti di base come l'identità, la cittadinanza e il diritto di essere comunità".

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