Esteri

Macron, l'uomo nuovo in mezzo al guado

Il presidente francese sembra nato per governare. Lo fa persino troppo, attirandosi accuse di autoritarismo. Risultato: i sondaggi ballano e il Paese torna a essere diviso e inquieto

Emmanuel Macron

Giuliano Ferrara

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Ci mancava solo una lite di frontiera con l'Italia, sul controllo comune dell'immigrazione. A Parigi si ride di lui in teatro, bonariamente ma si ride: "Tout est bon en Macron", al Teatro dei due asini. E fin qui, niente di così speciale. Ma a 11 mesi dall'elezione sorprendente e trionfale del maggio 2017, quando un giovane quasi sconosciuto ed estraneo ai partiti storici aveva saputo far girare con virtù machiavellica la ruota della fortuna, le cose per lui e per la Francia si complicano.

Il sospetto di "royalisme"

Macron sembra nato per governare, ma la vera sorpresa è che sa regnare e in una monarchia repubblicana questo è importante. L'aveva detto in un'intervista a un settimanale sofisticato (L'Un), pensava che i francesi in realtà non avessero avuto davvero voglia di tagliare la testa al re e che nutrissero nostalgia di quel posto rimasto vuoto, ché nella V Repubblica non esistono presidenti normali, dunque cercherà di essere gioviale, jupitérien, da Giove o Jupiter, il padre degli dei.

Questo gli ha attirato il sospetto strisciante di "royalisme", veleno che agisce sottopelle ma pericoloso in quella che fu la prima Repubblica dell'Europa moderna, e lo ha messo in balia di qualche risata per il suo perfezionismo protocollare in tutto, dalle cerimonie istituzionali al dialogo forte con la gente in strada, in una parola per la sua rivendicata "pedagogia".

Come ha usato le "ordonnances"

Tra regno e governo, in pochissimo tempo, Macron ha in realtà fatto molto, e in un certo senso perfino troppo. Ha fatto funzionare le "ordonnances", che sono qualcosa di più dei nostri decreti o delle leggi delega in un Paese in cui il ruolo dell'Assemblea nazionale è molto più limitato del nostro Parlamento, che alla fine può ridurre gli atti dell'esecutivo a grida manzoniane. Le "ordonnances" sono l'espressione e la risonanza insieme del potere autonomo dell'esecutivo nel determinare grandi fatti legislativi e sociali.

Ha riformato il mercato del lavoro, ha manovrato il fisco con un trasferimento misurato ma ingente verso le imprese, i giovani, l'innovazione, e progetta una ristrutturazione decisa del welfare assistenziale, con un prelievo sulle pensioni medie, oltre i 2.500 euro, fino a un certo punto compensato da un'eliminazione in tre anni della tassa sulla prima casa (forti mugugni sul potere d'acquisto).

Il presidente dei ricchi e delle città

Così è diventato "il presidente dei ricchi", almeno per le opposizioni tribunizie di destra e di sinistra, alle quali è molto inviso il monarca innovatore che ha realizzato il vecchio sogno gaullista di usare le istituzioni e la Costituzione per ridimensionare il ruolo dei partiti nell'incontro di un uomo e del suo popolo, come diceva il Generale.

Ha chiesto agli agricoltori, forza elettorale politica e culturale immensa in una nazione che è innamorata della tradizione della cucina e del paesaggio, di aumentare la loro produttività nei mercati aperti e di accettare la concorrenza internazionale, entro certi limiti, e così ha rinunciato alla parata presidenziale alla Fiera dell'agricoltura di Parigi ed è progressivamente diventato, sempre per le opposizioni, "il presidente delle città", in generale fortezze del macronismo.

La politica liberale e invasiva di Macron

Distrutti con un blitz i vecchi partiti che ora lottano per sopravvivere, ha intaccato il potere dei sindacati, costretti a lunghi cicli di concertazione, certo, ma poi alla decisione del governo di Edouard Philippe, e a una risposta di sciopero e di strada risultata debole davanti al tribunale possente dell'opinione pubblica, e ora è in sospetto di autoritarismo, un uomo troppo solo al comando, come si dice da noi.

Ha reintrodotto la selezione nell'accesso alle università, con il pretesto sacrosanto di eliminare l'ineguaglianza di fatto tra i ceti promossa dalla cultura del permissivismo nell'istruzione pubblica, e ha introdotto l'obbligo scolastico a partire dai tre anni, dico dai tre anni, dall'asilo. Lo Stato non è mai stato così liberale nell'impronta strategica, nel suo appello a cavarsela da individui e cittadini liberi e incentivati ad agire, a intraprendere nella start-up nation, e mai così forte e invasivo nell'opera di protezione e riforma, il tutto concentrato in mesi febbricitanti.

Macron e il terrorismo

L'ombra risorgente del terrorismo ha complicato, con un episodio di attacco e resistenza ancora sotto Pasqua, la strategia a tre punte del potere nel Paese cruciale degli attentati jihadisti e di un nuovo antisemitismo, del multiculturalismo di fatto, e spesso sgangherato, della laicità rigorosa come esclusione del comunitarismo religioso dallo spazio pubblico e tolleranza verso la privatezza del culto.

Macron era uscito dallo stato di emergenza seguito agli atti di guerra del 2015, aveva varato tra le polemiche una legge sul terrorismo che ne incorporava in forma permanente alcuni aspetti, cercava di sistemare anche politicamente l'indeterminatezza istituzionale della vasta presenza islamica, tutto con gradualismo. D'improvviso si è visto che la Francia era fuori dall'emergenza ma l'emergenza non era fuori dalla Francia, e la destra si è messa a chiedere l'uso di strumenti costituzionalmente difficili, e divisivi, come le massicce espulsioni o le detenzioni dei sospetti stranieri o di nazionalità francese schedati dai servizi (la famosa Fiche S).

La politica internazionale

Nel mondo Macron raccoglie allori, e qualche grana minore, ma in Europa ristagna la sua ambizione di rifondazione, la Germania ha il passo lentissimo, e le guerre di spie di Vladimir Putin, le mattane di Donald Trump e il Medio Oriente in balia di Recep Tayyip Erdogan, Bashar al Assad e Iran non promettono nulla di buono, ovvio. Su tutto questo arrivano uno sciopero dei treni a gatto selvaggio, di tre mesi, proclamato a difesa dello statuto corporativo dei ferrovieri, con echi lontani di rivolta popolare che arrivano dal 1995, quando assemblearismo e scioperi avevano piegato Jacques Chirac e Alain Juppé, e incombono perfino il malessere confuso delle università a 50 anni dal Maggio francese e la jacquerie degli zadisti di Notre-Dame-des-Landes nella Loire-Atlantique, una specie di No-Tav dei campi tra utopismi, regressione nella decrescita e diritti violati da qualche centinaio di combattivi squatter che non vogliono mollare le terre una volta destinate alla costruzione di un aereoporto, e devono essere sfrattati con la forza.

Giove è imperturbabile, si sente maître des jeux, il deficit è sotto controllo per la prima volta da molti anni, il lavoro dà segni consistenti di ripresa, mai sondaggi ballanoe la Francia, dopo lo stato di grazia, torna a essere divisa e inquieta.


(Articolo pubblicato sul n° 16 di Panorama in edicola dal 5 aprile 2018 con il titolo "L'uomo nuovo in mezzo al guado")


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