Esteri

L'operazione dell'Italia in Niger, spiegata bene

Via libera della Camera all'operazione contro terrorismo e schiavisti. Tutte le difficoltà, gli interessi e gli schieramenti in gioco

Niger Italia

Eleonora Lorusso

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Il via libera alla missione militare italiana in Niger è arrivato, come annunciato dal Presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno, che l'aveva definita "sacrosanta per l'interesse dell'Italia" e aveva fornito anche un primo numero sul contingente che dovrebbe essere impiegato: circa 500 uomini.

L'invio di nostri militari nel Sahel è uno degli ultimi atti dell'esecutivo dopo lo scioglimento delle Camere, prima delle elezioni del 4 marzo, ed è stato giustificato dalla lotta allo schiavismo e al terrorismo. Ora anche la Camera in regime di prorogatio, ha dato il suo parere favorevole.

Di cosa si tratta

Il progetto arriva dopo diverse tappe, iniziate con l'apertura di un'ambasciata italiana a Niamey, lo scorso febbraio, che ha visto un'accelerazione nelle ultime settimane.

A ottobre fonti militari avevano annunciato l'invio di una prima decina di addestratori e di alcuni militari, a seguito della firma di un accordo di cooperazione tra Italia e Niger, a Roma. Poi nelle ultime ore Gentiloni ha spiegato: "Dobbiamo continuare a lavorare concentrando l'attenzione e le energie sul mix di minaccia del traffico di esseri umani e il terrorismo nel Sahel".

Una prima ricognizione con il governo nigeriano è già stata effettuata, come confermato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Graziano, che ha parlato di contatti e definizione di dettagli logistici con il governo di Niamey. Se Graziano ha parlato di un contingente di "alcune centinaia di uomini", è stato Gentiloni a indicarne in almeno 470 il numero.

"Non sarà comunque una missione combat" - ha rassicurato il Capo di Stato Maggiore della Difesa - "Il nostro contingente avrà il compito di addestrare le forze nigeriane e renderle in grado di contrastare efficacemente il traffico di migranti ed il terrorismo".

Le insidie dello jihadismo

I militari italiani, però, dovrebbero fare i conti con un contesto molto differente rispetto a quello delle missioni precedenti e attuali. A differenza dell'Iraq, dove l'Isis è stato dichiarato sconfitto, con la liberazione delle ex roccaforti dei miliziani del Califfato, in Niger Boko Haram è solo una delle organizzazioni che operano in modo molto violento.

Lo sanno bene i francesi, che da anni sono impegnati nello lotta al terrorismo jihadista nella regione, attraverso l'Operazione Barkhane avviata nel 2014.

Non a caso si è svolto proprio a Parigi il vertice del G5 Sahel (che riunisce Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad), dove è stata raggiunta un'intesa per il dispiegamento di un contingente multinazionale a sostegno dei paesi della regione. Ne farebbero parte, oltre alle forze italiane, quelle francesi, tedesche e forse anche belghe e spagnole.

Obiettivo sarebbe sconfiggere i gruppi che gravitano intorno ad Al-Qaeda nel Maghreb e alle altre formazioni di stampo jihadista che, grazie alla tratta di esseri umani e altre attività criminali come sequestri e traffico di stupefacenti, finanziano proprio il terrorismo islamico.

Perché è un'operazione difficile

Il Niger presenta anche alcune difficoltà legate al tipo di territorio, che si trova a sud di Algeria e Libia, nella prima fascia sudsaharia; non ha sbocchi sul mare, dunque non può contare sull'apporto delle navi.

I rifornimenti, così come l'arrivo di uomini e mezzi, dovrebbe avvenire necessariamente per via aerea: come accaduto per l'Afghanistan è probabile che i paesi europei, impegnati nella nuova operazione, debbano ricorrere a cargo russi come l'Antonov An-124 o statunitensi come i C17, di fatto "noleggiati".

L'area si presenta poi in larga parte desertica, il che rende più difficili gli spostamenti e le operazioni in un'area dominata da criminali che invece si muovo a loro agio in un territorio favorevole alle imboscate.

Interessi economici

Il Niger rappresenta uno degli ultimi 10 Paesi al mondo per PIL pro capite, dunque è tra i più poveri del pianeta, eppure lo sforzo finanziario per sostenere l'operazione da parte europea, e non solo, sarebbe molto consistente.

Secondo le cifre circolate al vertice di Parigi, il costo di un anno di intervento militare è stimato in oltre 420 milioni di euro. A questi si dovrebbero aggiungere 100 milioni in arrivo dall'Arabia Saudita e 30 dagli Emirati Arabi, che avrebbero interesse a investire in chiave anti-Qatar: secondo fonti dei servizi segreti francesi, infatti, il paese "rivale" sosterrebbe gli insorti nel Mali tramite alcune organizzazioni umanitarie.

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Il Presidente francese Macron in visita ai circa 700 soldati impegnati nell'operazione Barkhane, in corso dal 2014 nella zona del Mali e del Niger – Credits: LUDOVIC MARIN/AFP/Getty Images - Dicembre 2017

Le basi europee e americane in Niger

La Germania conta su una propria base nel vicino Mali, dove opera un contingente tedesco che potrebbe spostarsi in Niger, ma ha un centro logistico presso l'aeroporto della capitale nigeriana di Niamey, al fianco di americani e francesi.

La Francia, invece, presente da anni nella regione, coordina i propri interventi da Sévaré, in Mali, ma può contare anche su basi distaccate in Mauritania e nello stesso Niger, nel deserto che la separa dalla Libia. Dispone del maggior numero uomini (circa 4mila militari) e mezzi (500 di terra, una 30ina i velivoli).

Anche gli Stati Uniti sono presenti nell'area del Sahel, seppure in modo "silenzioso", in particolare in tre basi nigeriane e una in Burkina Faso, con velivoli e personale di terra, costituito da forze speciali e contractors.

Contribuirebbero, però, con 51 milioni di euro all'operazione multinazionale, per la quale l'Europa sarebbe pronta a stanziare 50 milioni, ai quali si aggiungerebbero anche i 5 milioni dei Paesi del G5 del Sahel. Washington, però, continuerebbe a muoversi con una certa autonomia, come già accaduto in altri teatri.

E l'Italia?

Se la proposta di missione in Niger dovesse essere approvata dal Parlamento, il contingente italiano potrebbe essere costituito da parte delle truppe di terra al momento presenti in Iraq: istruttori al momento di stanza a Bagdad, uomini del Genio e un reparto logistico.

Fonti vicine alla Difesa indicano in 150 il numero di veicoli complessivi da dispiegare, tra i quali potrebbero esserci elicotteri della Marina ora in Iraq. Alla missione, poi, potrebbe partecipare anche la Folgore con i propri paracadutisti.

Il contingente sarebbe concentrato nella zona di collegamento con la Libia, lungo le rotte dei migranti, proprio per contrastarle. Per questo si ipotizzerebbe di utilizzare una base francese a Madama, a circa 100 km dal confine libico, in un'area che andrebbe sminata per la presenza massiccia di ordigni nascosti.

Si tratterebbe di una struttura del 1931 da ampliare e riammodernare per poter ospitare i militari italiani, che andrebbero ad aggiungersi a quelli francesi e nigeriani già presenti.

Resta, però, l'incognita dei costi, non stimati in modo ufficiale. Per poter finanziare un impegno italiano occorrerebbe comunque utilizzare parte dei fondi stanziati e impiegati in Iraq, che nel 2017 ammontavano a poco più di 300 milioni di euro, giustificati con il doppio obiettivo della lotta al terrorismo e del contrasto agli sfruttatori dei migranti.

Lotta ai trafficanti di esseri umani

Alla lotta al terrorismo, infatti, e si unirebbe quella agli schiavisti, che si arricchiscono gestendo la tratta di migranti, come ribadito da Gentiloni solo poche ore fa: "La nostra politica estera non si esaurisce nella partecipazione dalle alleanze e deve avere ben chiaro il nostro interesse nazionale. Averlo a cuore, diceva Ciampi, non significa riscoprire nazionalismo, revanscismi o velleità egemoniche, ma essere cittadini italiani ed europei".

Secondo Gentiloni si potrebbe contare sulla collaborazione del governo di Niamey "pronto forse più degli altri a collaborare sulle migrazioni, anche perché è un paese di transito".

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