Alfredo Mantici

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Per Lookout news


A quasi dodici anni dagli attentati islamisti che il 7 luglio del 2005 causarono la morte di 52 persone, Londra è ripiombata nel terrore ieri, mercoledì 22 marzo. Alle 14.40 ora locale, un attentatore ha ucciso tre persone, tra cui un poliziotto, e ne ha ferite altre 40 in un attacco solitario sul ponte di Westminster. Stavolta non sono stati usati esplosivi. L’ignoto assalitore era alla guida di un Suv Hyundai con il quale ha falciato le vittime che transitavano sul ponte per poi sferrarsi contro un cancello del parlamento britannico.

 Dopo essersi fermato all’ingresso della Westminster Hall, l’edificio più antico del complesso del parlamento, l’attentatore è sceso dalla macchina armato di due coltelli e, prima di essere abbattuto dagli agenti in servizio di vigilanza, è riuscito a colpire a morte un poliziotto della London Metropolitan Police.

Finora Scotland Yard non ha diffuso alcuna notizia sull’identità dell’assassino. Si sa che era un uomo dell’apparente età di 40 anni di «aspetto asiatico». Secondo l’emittente televisiva inglese BBC l’autovettura usata nell’attentato sarebbe stata affittata a Birmingham nei giorni scorsi. Nella tarda serata di ieri, la polizia della contea delle West Midlands ha perquisito un’abitazione nel centro di Birmingham, mentre un testimone che abita nelle vicinanze dell’appartamento perquisito ha riferito all’agenzia di stampa britannica Press Association che «l’uomo di Londra viveva lì». Questa mattina la polizia ha dato notizia dell’arresto di sette persone a seguito di una serie di perquisizioni effettuate questa notte tra Londra e Birmingham.

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Al momento dell’attacco si stavano svolgendo sedute sia nella Camera dei Lord che nella Camera dei Comuni, dove era presente il primo ministro Theresa May che è stata immediatamente presa in custodia dai servizi di sicurezza e trasportata al numero 10 di Downing Street da dove ha immediatamente convocato una seduta straordinaria del COBRA, il comitato speciale per le emergenze di sicurezza nazionale. Queste finora le notizie certe.

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Sembra che la polizia abbia scoperto l’identità dell’attentatore ma che non intenda renderla nota finché le indagini sono in corso. Quello che è certo, come ha detto in un’improvvisata conferenza stampa tenuta sul marciapiede di fronte alla sede di Scotland Yard il capo dell’antiterrorismo della Metropolitan Police Mark Rowley, è che l’attentato deve ritenersi «ispirato dal terrorismo internazionale di matrice islamista».

 

I precedenti a Londra

Non è la prima volta che fanatici islamisti che agiscono su base tendenzialmente individuale compiono attacchi nella capitale inglese. Già il 22 maggio del 2013 due cittadini inglesi di origine nigeriana, nati cattolici ma poi convertitisi all’Islam, avevano aggredito e ucciso a colpi di machete Lee Rigby, un giovane soldato del Reggimento Fucilieri Reali, nelle vicinanze della sua caserma a Woolwich, nella zona sud-occidentale di Londra. I due vennero catturati e condannati all’ergastolo. Prima di essere arrestato, uno dei due assassini si è rivolto con calma ai passanti inorriditi dicendo: «la sola ragione per cui abbiamo ucciso quest’uomo è perché ogni giorno i soldati inglesi uccidono dei musulmani […] noi giuriamo in nome di Allah che continueremo a combattervi finché voi combatterete contro di noi».

 

Parole chiare e agghiaccianti nello stesso tempo, che potrebbero probabilmente spiegare anche l’attentato di Westminster. Un singolo esaltato che, con il sistema più semplice – quello già sperimentato in Israele dai palestinesi con la cosiddetta “Intifada delle macchine e dei coltelli” – getta nel terrore un’intera città.

 

Il modus operandi di ISIS

È uno scenario al quale dobbiamo abituarci, specie dopo i precedenti in Europa della strage di Nizza del 14 luglio 2016 e di quella del mercato natalizio di Berlino alla vigilia dello scorso Natale, quando due estremisti islamici hanno ucciso decine di persone investendole con dei camion. Una forma nuova di “terrorismo fai da te” nei confronti della quale la prevenzione è praticamente impossibile.

 Dopo gli attentati del luglio 2005 le forze di sicurezza britanniche hanno messo in campo uno sforzo di intelligence imponente. Il servizio di sicurezza MI5 ha assunto decine di giovani agenti di origini mediorientali o pakistane e li ha costantemente infiltrati in tutti i possibili bacini di reclutamento di potenziali terroristi jihadisti: moschee, centri culturali islamici, prigioni e quartieri abitati da musulmani.

 La campagna ha dato finora i suoi effetti se il Regno Unito è rimasto per dodici anni indenne dagli assalti del terrorismo organizzato, riuscendo ad anticiparne le mosse grazie a un’attività informativa capillare e mirata.

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 Le azioni dei singoli che agiscono con motivazioni spontanee spesso dettate dal desiderio di vendetta contro i “crociati” sono praticamente imprevedibili, specie quando sono condotte non da immigrati emarginati ma da cittadini dotati di regolare passaporto del Paese in cui colpiscono.

 È uno scenario al quale dovremo abituarci e nei confronti del quale dovremo necessariamente attrezzarci. L’ISIS, il grande “faro” che illumina i cuori degli estremisti islamici di tutta Europa, sta perdendo sempre più territorio in Siria e in Iraq. È pertanto presumibile che la sua prossima sconfitta sul terreno militare inneschi una catena di vendette in tutto il Vecchio Continente da parte di terroristi isolati, azioni poco sofisticate ma non per questo meno pericolose.

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