Giulio Regeni
Esteri

L'omicidio Regeni e le tante (non) risposte di Cambridge

A due anni dalla morte del giovane ricercatore sono ancora tante le zone d'ombra su cui l'università potrebbe (e dovrebbe) far luce

UPDATE: A Roma non è venuta ma da Cambridge non è potuta scappare. La tutor di Giulio Regeni, Maha Mahfouz Abdel Abdelrahman, considerata una testimone per la giustizia italiana, è stata interrogata il 9 gennaio del 2018 in università dal procuratore di Roma Sergio Colaiocco. E ha risposto con dei "non ricordo" a domande su diversi fatti su cui esistono documenti tra cui email e chat da lei stessa inviati e portati agli atti. Qualche esempio: negare l'evidenza di essere stata lei a suggerire a Giulio Regeni il tema della ricerca sul sindacato che si oppone al Governo Al Sisi, la cui guida, Mohamed Abdallah, principale fonte dello studente, sarebbe stato poi il "traditore" del povero Giulio ucciso barbaramente in Egitto.

Questo articolo, pubblicato il 2 novembre del 2017 spiega perfettamente quanto Cambridge e la docente Maha Mahfouz Abdel Abdelrahman siano parti centrali nell'omicidio di Giulio Regeni. Ve lo riproponiamo nella sua attualità.

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È da quando Giulio Regeni è scomparso al Cairo, il 25 gennaio 2016, che Panorama scrive: per risolvere il mistero bisogna scavare a Cambridge.

Del resto, è da quando il corpo torturato del povero ricercatore dell’università di Cambridge è stato ritrovato a pochi metri dall’autostrada fra il Cairo ed Alessandria, il 3 febbraio 2016, che chiunque abbia un po’ di logica si pone almeno due inevitabili domande su quella strana “missione di studio”: che cosa era andato a fare al Cairo, Regeni? E chi ce lo aveva mandato?

L’università inglese, purtroppo, non ha mai risposto. Né a Panorama, né agli inquirenti italiani, guidati dal procuratore di Roma Giuseppe Pignatone.

La docente ambigua

Ma è evidentemente che c’è del marcio, a Cambridge. Perché mesi fa sempre Panorama aveva scoperto che Maha Mahfouz Abdel Abdelrahman, la docente di origini egiziane che era il “riferimento” di Regeni a Cambridge per la sua ricerca in Egitto sui sindacati islamici integrati nell’opposizione al regime di Abd al-Fattaḥ al-Sisi, non era così neutrale né al di sopra delle parti: sulla sua pagina Facebook, usata fino al 2013, la docente aveva pubblicato il simbolo delle quattro dita dei Fratelli musulmani, fuorilegge in Egitto.

E sempre mesi fa, dopo un lungo silenzio, Abdelrahman aveva deciso di rispondere per iscritto agli inquirenti romani, rifiutando però di farsi interrogare di persona: "È stato il ragazzo a volersi occupare dei sindacati oppositori al regime", aveva sostenuto la tutor.

A Panorama risulta una verità opposta. Poco prima di morire, infatti, Regeni aveva scritto una e-mail molto chiara: "Non volevo occuparmi di questo settore. Ho cercato di fare resistenza e ho spiegato che non volevo farlo, ma la prof ha insistito e ho dovuto accettare".

Le domande che oggi la procura di Roma intende porre per rogatoria internazionale alla professoressa Abdelrahman sono molto simili a quelle che Panorama aveva inutilmente posto nei mesi scorsi ai responsabili dell’università.

Tanti quesiti senza risposta

Sono almeno quattro domande, tutte cruciali:

- Chi aveva deciso il tema della ricerca di Regeni, spedito al Cairo a indagare sul mondo pericoloso dei sindacati indipendenti che erano stati l’anima della rivolta di piazza Tharir?
- Chi aveva definito le domande da porre agli ambulanti intervistati da Regeni per la ricerca?
- Regeni aveva consegnato o no le risposte alla sua tutor in un incontro avvenuto al Cairo il 7 gennaio 2016?
- E perché la “tutor” di Cambridge a un certo punto aveva affidato il suo giovane ricercatore a una seconda “tutor” sulla piazza del Cairo, Rabab al Mahdi, una politologa egiziana che si scopre oggi essere un’attivista contraria ad al Sisi?

Al Cairo, lo stesso giorno dell’incontro con Abdelrahman, Regeni aveva contattato Mohamed Abdallah, rappresentante degli ambulanti, cui aveva promesso un finanziamento di 10 mila sterline dalla fondazione britannica Antipode “per uno studio sugli ambulanti”. Ma Abdallah voleva intascarsi una fetta della somma. E Regeni si era tirato indietro, scrivendo sul suo computer: "Miseria umana".

Nel frattempo, e questa è una delle parti più opache della storia, l’ambulante filmava e registrava di nascosto il giovane italiano con una telecamera e una cimice che gli erano state fornite dal servizio segreto civile egiziano. A parere degli inquirenti, è proprio in quel momento che iniziano i guai per Regeni.

Anche qui, pertanto, si pongono almeno due domande cruciali:

- Chi aveva introdotto Regeni all’ambiguo sindacalista degli ambulanti?
- Era stata una scelta autonoma del ricercatore, oppure era stata la sua docente di riferimento a Cambridge, oppure ancora la politologa-attivista?

Al primo summit con i magistrati italiani, il 9 settembre 2016, il procuratore generale egiziano, Nabeel Sadek, aveva detto che il 7 gennaio di quell’anno l’ambulante Abdallah aveva denunciato Regeni alla polizia, ipotizzando fosse una spia o un agitatore. "All’esito delle verifiche, durate tre giorni, non è stata riscontrata alcuna attività di interesse per la sicurezza nazionale" aveva aggiunto Nabeel Sadek. "Quindi sono cessati gli accertamenti".

Dopo 17 giorni, però, Regeni spariva; per poi essere ritrovato, cadavere, il 3 febbraio.

Dopo 20 mesi, è venuta l’ora che Cambridge risponda direttamente o che spinga Abdelrahman a rispondere a tutte le domande. Deve farlo. È incomprensibile e inaccettabile che un’università accetti di vedere devastare il suo prestigio plurisecolare per proteggere una “docente” scandalosamente reticente.

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